Dopo 12 ore di lavoro, stanco morto, mi dirigo verso la stazione per prendere il treno. Arrivato a Santa Maria Novella, rincoglionito come un’astronauta di ritorno dalla sua prima missione su Marte, perduto nello schermo digitale del mio cellulare, mi scontro, violentemente, con un uomo alto e possente: << Oh cazzo! è un militare>>. Armato fino al midollo – aveva addirittura un apparecchio dentale – il soldato mi punta direttamente, senza fare tanti complimenti, la sua mitraglia in faccia e, con una voce decisa e allo stesso tempo distorta, a causa del ferro spinato al confine tra i suoi denti e le sue labbra, mi dice:<<Algzi Lle manri>>. Immobile ed in preda ad un terribile shock, alzo le
mani. A due passi dalla canna nera di un’arma da fuoco, puntata in direzione della mia testa, sudo vistosamente inzuppando la t-shirt.
L’agente, intanto, dopo essersi immediatamente reso conto della mia collaborazione, anche lui sottoposto a stress, mi chiede:<<come ti chiami?>>. Rispondo così, con il mio accento arabo, proferendo il mio nome e, dopo aver ottenuto il suo permesso, consegno il mio documento. Il militare, accompagnato da un suo collega, dopo aver letto e verificato i dati contenuti sul mio permesso di soggiorno, come se nulla fosse accaduto, abbassa la mitraglia e, chiedendomi scusa, mi lascia lì, circondato dagli sguardi di terrore, ansia e odio della gente in transito vicino ai binari. Il mio corpo, in preda alla paura, continua a grondare sudore che, nella veste di gocce, scivola sulla mia schiena, provocando in me un leggero, quanto intenso, brivido di freddo. Anche il cuore batte tremendamente forte e le gambe, piegate da un’orribile sensazione di stanchezza, sembrano cedere. Le persone intorno a me, restìe a dimenticare l’accaduto, continuano ad osservarmi. Inconsapevoli della gaffe degli uomini in divisa, i loro sguardi impauriti e colmi di domande, dubbi e giudizi sembrano trasformarsi in pugnali ardenti che si conficcano nel mio cuore. Decido di non curarmene. Mi dirigo perciò verso il binario in attesa del treno che mi avrebbe accompagnato a casa da mia moglie e i miei bambini. Alle 22.30, Ancora circondato dagli sguardi dei passanti, una voce registrata annuncia il ritardo di un’ora del mio treno. Solo, spaventato e con un’intensa sensazione di fame, dopo aver timbrato il mio biglietto, mi siedo su una panchina ad attendere quel dannato mezzo di trasporto. Finalmente arriva. Entro e, senza curarmene, mi dirigo verso il vagone più vicino posandomi sul primo sedile sulla sinistra. Inizio così a leggere un libro. All’improvviso vengo interrotto da una voce:<<biglietto prego>>. Mostro il biglietto al controllore che subito dopo con voce seria e decisa mi dice:<<Siamo in prima classe e lei ha un biglietto per la seconda>>. Mortificato allora rispondo:<<mi dispiace. Ora mi sposto in seconda classe>>. L’uomo delle F.s non ne vuole sapere allora, impassibile, mi dice :<<Non è possibile. Deve pagare una multa di 80 euro>>. Innervosito, vivo a stento con evidenti problemi finanziari, non ho voglia di consegnare la mia paga quotidiana in favore di una compagnia perennemente in ritardo, inizio perciò a giustificarmi in maniera un po’ più animata ma sempre con gentilezza:<<mi dispiace. Guardi mi sposto subito>>. Il controllore non ammette alcuna replica. Arrabbiato comincio ad urlare e ad andare su di giri. Intanto la borghesia seduta in prima classe inizia a scrutarmi, dall’alto verso il basso, infastidita. Il controllore continua a chiedermi, come il migliore dei truffatori, quei dannati 80 €. La mia rabbia ora è alle stelle. Vorrei cominciare a prenderlo a calci. Sudato, ormai fuori controllo, come una scheggia impazzita, continuo a protestare contro sua maestà “bigliettoinprimaclasse”. Stanco ormai, dei miei inutili reclami, vistosamente stressato e sudato, forse per rabbia e disperazione, mi tolgo di dosso tutti gli abiti. Nudo. Ecco la mia carne nera sbattuta contro quella inutile autorità vestita da nazi-fascista. Al centro del vagone, circondato dalla voce del controllore e dalla calca di viaggiatori curiosi, esprimo con un gesto tutta la mia rabbia ed il mio dissenso. Nel frattempo entra la Polizia ferroviaria che mi preleva, con la forza, portandomi un asciugamano per coprire le nudità del corpo. Decidono di accompagnarmi così fino alla stazione di polizia di Arezzo. Sceso dal treno, strattonato da due agenti, continuo a dimenarmi. Lungo il vagone, intanto, si scatena una eco interminabile. La signora con un bambino sul passeggino dice:<<quel nero non ha pagato il biglietto. Dovrebbero espellerli tutti>>. L’avvocato invece, seduto più in là, aggiunge:<<quell’uomo è pazzo. ha sicuramente problemi mentali>>. Il ragazzino nerd, con arroganza, in romanesco aggiunge:<< anvedi ao. C’avemo pure l’incredibile Hurk su sto treno>>. Il brusio è intenso. Si intersecano, nello spazio longitudinale del treno, commenti carichi di rabbia, odio e anche di curiosità. Un gruppo di donne, nell’indifferenza più totale, divertite dall’accaduto, inizia a scambiarsi battute a sfondo sessuale. A Diversi kilometri di distanza invece, io, un povero uomo, vengo massacrato di botte nella caserma. I colpi del manganello sono violentissimi; dalla testa fuoriescono lacrime di sangue e, intanto morente, cado verso il suolo. I miei occhi castani, colmi di lacrime, mi abbandonano lentamente. Riverso in una pozza orribile e grumosa, ucciso da bastardi in divisa, saluto il mondo facendo scorrere nella mia mente, mediante l’immaginazione, con l’ultimo briciolo di energia, i volti dei miei tre figli e lo sguardo dolce di mia moglie che attendono, disperati, il mio ritorno invano. Nel vagone intanto, come se nulla fosse accaduto, la gente, priva di alcuna umanità, continua, come se fosse dentro un cabaret, a divertirsi e a parlare con accanimento di quel pazzo marocchino.

Mostafa Aboub

 

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