In un bellissimo giorno di maggio, io e Penelope, dall’alto di un monte, ammiravamo l’affascinante dipinto che si proiettava sotto i nostri piedi: il blu ondeggiante del mare, accarezzato da una piacevole brezza, si alternava a sfumature di verde e di giallo tipiche della vegetazione mediterranea. Penelope, in abito bianco, bellissima come sempre, mi raccontava – illuminata dal suo  consueto sorriso radioso – storie e leggende giunte da lontano. Dal mare intanto, proprio dinanzi ai nostri occhi, una scena agghiacciante: decine di navi da guerra erano quasi giunte in città. Gli abitanti, impreparati e colti dal panico, iniziavano, come atomi, a balzare in tutte le direzioni. Anche noi eravamo stati travolti dal medesimo maremoto emozionionale, quando, improvvisamente, un gruppo di soldati ci aveva circondato. Disarmati non avevamo più alcuna via d’uscita. Decine di uomini si scagliarono immediatamente contro di noi: Una foresta di mani taglienti, fitte e intrecciate come l’edera attaccata sui muri, mi avevano strappato dalle braccia del mio amore. Mi avevano sradicato da lei. Penelope in lacrime, disperata, gridava a squarciagola pronunciando il mio nome; io, inutilmente, provavo a dimenarmi. contro la mia volontà, prigioniero dell’esercito nemico, ero stato condotto verso una delle loro navi. Insieme ad altri prigionieri venimmo gettati – come spazzatura contenuta in un sacco di canapa – nella stiva della poderosa imbarcazione. tra il puzzo di sudore e vomito, in balìa delle onde, nessuno sapeva dove ci stavano portando. Dopo diversi giorni di viaggio – davvero non saprei dire quanti – giungemmo a destinazione.  Ad attendere noi, miseri schiavi di una violenta guerra fratricida, un’oscura e squallida prigione.

∗∗∗

I giorni trascorrevano lenti. Il freddo umido del carcere, penetrato fin dentro le ossa, stava indebolendo il mio corpo. Venivamo nutriti con del cibo rancido ma, per fortuna, eravamo ancora vivi.  Monotone, come il ticchettio provocato da una goccia d’acqua che si schianta al suolo, continuavano a passare le settimane. Io, nella solitudine più totale, al buio, privo di luce e di speranza, mi ero ormai arreso davanti alla devastante sciagura del mio destino. Ripiegato in un corpo irriconoscibile, segnato dalle sofferenze, giorno dopo giorno, abbandonavo la vita per abbracciare la morte. Quest’ultima, però, per mia fortuna, doveva ancora attendere. Un giorno, In un tiepido mattino primaverile, illuminato dal cinguettio delle rondini, alcuni soldati aprirono la mia cella. Mi legarono ai polsi e mi condussero in direzione di un carro. Al suo interno, sorvegliato dalle guardie, rivolgevo i miei pensieri a Penelope, alla mia gente ed al triste futuro che attendeva l’umanità intera.  Dopo diverse ore di viaggio, completamente bendato e privo di ogni punto di riferimento, eravamo giunti alla nostra meta. Il luogotenente, tirandomi prepotentemente dal braccio, dopo avermi sfilato la benda e slegato i polsi dalle corde, mi spinse a terra con un calcio ben assestato sulla schiena. Mi trascinò con forza all’interno di una struttura  straordinaria; mi spinse tra i rami di un infinito labirinto. Privandomi di possibili vie d’uscita, prima di andare via, mi disse :

” Ecco a te uomo. Ecco a te, valoroso nemico, quello che cercavi. Il tuo destino è nelle tue mani. La salvezza – quella che tu chiami libertà – la troverai solo oltre le pareti del labirinto. A volte, sembrandoti di morire, temerai la paura ed il dolore causato dalla solitudine e dal disorientamento; in altri casi, invece, ricorderai, con nostalgica malinconia, ogni singolo istante felice vissuto in passato. Non farti sopraffare da queste orribili sensazioni. Non abbatterti. Prosegui la tua lotta. Sollevati dal fango; supera, come un impavido marinaio, le burrascose tempeste. I tuoi errori, così come i tuoi trionfi, saranno per te saggi e preziosi insegnamenti. Un giorno, se sarai forte,  uscirai dall’abisso del profondo oceano e riaffiorerai verso la luce. Un giorno, salvo come l’ultimo degli oppressi, risorgerai nella culla di un mondo nuovo.”

 

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Labyrinthus