20 marzo 2018

Ombre (parte 6)

Tra sentieri oscuri e macerie, come un fantasma, vago in questa prigione a cielo aperto. La nebbia, con il suo manto bianco, trasforma il paesaggio in un deserto surreale. Da lontano sembrano giungere dei passi. È possibile che esistono altri prigionieri? Sono davvero solo dentro al labirinto? Una strana angoscia inizia a divorarmi l’anima. Tra le onde di questo bianco mare, nel caos calmo del silenzio, mi fermo e, con dei rami  raccolti nei giorni scorsi, accendo un fuoco. Lentamente le fiamme divampano emanando un piacevole calore. Assopito in un torpore mi avvolgo dentro una coperta. Chiudo, devastato dalla stanchezza, i miei occhi neri e cado in un sonno profondo. Divento trasmissione onirica e, con lo spirito, abbandono la dimensione spazio-tempo.

Intorno a me, tra le luci natalizie, lo shopping e il consumismo sfrenato occidentale, una violenta massa di uomini vestiti in nero, armati di spranghe e bastoni, marciano nella città. La figurina di una bambina, trucidata barbaramente in un campo di sterminio, indossa, come una figurina Panini qualunque, una maglia giallorossa della Roma divenendo un macabro sticker da stadio. Nostalgiche canaglie, vestite in nero, fieri e orgogliosi, organizzano un revival della marcia su Roma. La decadente militanza fascista striscia tra le strade: la detesti nel passante il quale, ad uomo che prova a vendere Lotta comunista,  risponde con insensato orgoglio:<<sono fascista >>; la temi  mentre si brinda con calici di spumante per festeggiare il capodanno, in una camera dei carabinieri – una delle tante – dove sul muro è appesa una bandiera dalla chiara simbologia nazista; la odi negli orribili assalti squadristi a sedi di giornali e campi per rifugiati.

Lentamente una marea nera, viscida e vischiosa come il petrolio finito in mare, sembra essere stata trascinata, con ripugnante forza, in direzione delle sponde. Persone, come gabbiani e pesci, rimangono, inconsapevolmente, intrappolati nell’oleoso e maleodorante fango nero. Viviamo quotidianamente in una società degradata ma tranquilli abbassiamo la testa e, imperterriti, vaghiamo come fantasmi, soli e perduti, nel labirinto urbano.

Intorpidito e con l’amaro in bocca mi sveglio. Il fuoco è spento. Sopra la mia testa nuvole scure avanzano con la loro ombra minacciosa che si protrae sui monti ad est. Una tempesta violenta, carica di fulmini e pioggia, si abbatterà sulla calda terra. Un giorno, forse, tornerà il sole caldo del tramonto, rosso come un’arancia, pronto a dipingere il mare. Un giorno, forse, quando il letargo umano avrà fine, quando l’odio si sarà placato, ritorneranno le rondini in cielo ad annunciare, con il loro canto, l’avvento di una nuova piacevole primavera.

 

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Labyrinthus