17 luglio 2018

Don’t worry

I flash dei fotografi, il lamento rauco delle giovani donne, gli sbuffi delle onde sulla banchina affollata, l’odore acre degli scarichi delle navi, la luna riflessa nel mare increspato all’orizzonte, pallida per la nausea. I miei occhi abbagliati dalla luce della lampada sopra la barella, la corsa in ospedale, il forte bruciore al petto, le voci dei paramedici, la sensazione di aver ingerito un intero sacchetto di sale dal naso.
Questa dannata maschera per l’ossigeno non serve a un bel niente! Ehi dico a voi. Ho la gola in fiamme, datemi dell’acqua… magari senza sale però. Ma con chi sto parlando! È chiaro, se ne fregano, mi porteranno in ospedale e una volta guarito mi ributteranno in mare. Un viaggio a vuoto penserà mia madre, uno spreco di tempo dirà mio padre, potevamo restare a giocare sulla sabbia protesterà mia sorella. Sempre con quei castelli che il vento del deserto si porta via!
Ehi, ehi, andateci piano con i miei occhi e non puntatemi quel faretto fosforescente nelle pupille, non sono mica cieco. Ho solo perso un po’ di sensibilità alle mani e la fame di tutti questi giorni trascorsi in mare è svanita di botto. Chissà, forse ho ingerito un astice mentre venivo a riva a nuoto, o un marlin come quello dello sfortunato pescatore di Hemingway. Ad ogni modo me ne starò qui buono mentre mia madre finisce di apparecchiare in tavola e mio padre torna da lavoro con le tasche vuote e la pancia gonfia dalla rabbia. Mio nonno allora, vedendo la faccia del figlio ingegnere costretto a lavorare per due spicci, dirà che la colpa è tutta di quelli che vennero a prendersi la terra, a costruire le aziende con nomi stranieri e a portare disordine e scompiglio tra la brava gente. Ma il mondo va così: a me hanno insegnato a sorridere e a ringraziare per quel poco che ho, dimenticando il passato e sperando nel futuro.
Sì ma questi mi hanno lasciato da solo. E poi in che razza di posto mi trovo, questo non è un ospedale. Sembra più un ripostiglio. Va be’ sempre meglio dei nostri che quando non sono rasi al suolo da un missile sono pieni di spifferi nei muri. Diavolo, parlo proprio come mio nonno! Anche se qui si inizia a gelare. Deve essere il condizionatore. Be’ capisco che è estate, ma poi non vi lamentate se emigrano anche i pinguini!
Ok, fa nulla, scenderò in strada a dare due calci al pallone e mi riscalderò, con questo sole oggi potrei cuocerci le uova. Se non fosse per questi maledetti aerei militari gli uccelli si poserebbero sui tetti delle case, le ragazze si affaccerebbero alle finestre e io farei molti più palleggi.
Ma guarda, dalla spiaggia arriva mia sorella col suo secchiello. E c’è anche mia madre, e mio padre! Si tengono per mano, mio padre ha il viso rilassato (si vede che gli hanno pagato gli straordinari!), mia madre indica verso il cielo: che fico! gli aerei sono scomparsi. Al loro posto ci sono di nuovo gli uccelli, i castelli di sabbia di mia sorella, le palme zeppe di datteri maturi, le Artemisie rigogliose, mio nonno che sbuffa sorridente, le ragazze che amo e che amerò come si fa con una cosa tanto desiderata e mai conosciuta.
Credo che ci siamo: il viaggio è quasi finito, la luna ha vomitato e la notte ci avvolge con delle note mica male.
“Don’t worry about a thing
Cause every little thing gonna be alright”

Be’ che ne dite, non male uscire di scena con Bob Marley no?! Almeno a me è andata bene, a sedici anni ci sono arrivato.
“Don’t worry about a thing
Cause every little thing gonna be alright”

 

Marco Mitidieri

Illustrazione di: Francesca Rosa

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Categoria

scrittura creativa