10 aprile 2020

BREVI NOTE

Antefatto: cioè ante sospensione dell’attività didattica e ante decreto Io resto a casa.

25 febbraio 2020

Oggi sono stata a Perugia. Per strada mi sono coperta naso e bocca col bavero del cappotto perché mi era arrivata una folata di smog.

Una ragazza – dell’età che “io sono invincibile” – mi ha guardata con un ghigno a metà tra lo stupore e la superiorità.

Ho pensato che lei abbia pensato che il mio gesto fosse dovuto al virus.

Evidentemente il virus era già entrato nella cultura e nella società.

Prima settimana di isolamento.

Marzo 2020

Per motivi di studio avvio la visione di Viaggio in Italia, documentario sul Living Theatre del 1976. Il filmato parte dal punto in cui Julian Beck e Judith Malina si dividono le seguenti battute:

  • Abbiamo il proposito di rappresentare il mito del primo assassinio
  • e quindi di tracciare le conseguenze di questo mito
  • analizzare ripetutamente le conseguenze di questo mito
  • poiché dalle conseguenze di quella prima morte risultano tutte le altre.

Il Living occupa una piazza di Taormina. Mi inizio ad inquietare all’ultima battuta e l’inquietudine prosegue quando, rapidissima dopo le suddette parole, parte l’azione: gli attori del Living Theatre tossiscono e si dimenano fino a cadere a terra “morti”. La casualità dell’aver visto questa come scena prima di tutto il video non fa che richiamare più velocemente alla mente il contagio con relative definitive conseguenze di questo periodo più tragico, forse, del mito stesso di Caino. Sta di fatto che, oggi come ieri, il Living Theatre lascia il segno, anche se “solo” bucando lo schermo.

Gli italiani saranno abituati.

Mi chiedo se gli italiani siano abituati a stare in casa. Mi chiedo se gli italiani si abitueranno a stare in casa per un lungo periodo di tempo. Soprattutto avverto la preoccupazione dei genitori con i loro figli. Mi stupisco di tale preoccupazione. Mi ricordo che da bambina trascorrevo giornate in casa con i miei familiari senza colpo ferire: noia sì, ma anche compiti da eseguire, disegni da tracciare e colorare, giochi da inventare e forse troppa televisione. Ricordo sì le infuriate dei genitori scaturite dai litigi di noi bambini, ma in definitiva lo stare a casa era la norma. Oggi si soffre a stare a casa. Siamo abituati ad uscire anche solo per farci una passeggiata o per prendersi un caffè al bar. D’altra parte arrivano rincuoranti le voci di amici e conoscenti pronti ad affermare che restare a casa non sarà certo un problema visto che abitualmente lo fanno. Poi però i giorni passano inesorabilmente solitari ed anche questi miei amici e conoscenti si sentirebbero più persi senza una connessione internet. Appena scattato il decreto Io resto a casa corro ad avvertire via social sul rischio di incorrere in depressione nel periodo dell’isolamento: in passato sono stata isolata per ben più di qualche mese e conosco le conseguenze di un tale stile di vita. Dunque ben vengano le comunicazioni via etere, primo comandamento: non perdere di vista nessuno. In tanti l’hanno capito: spopolano le fotografie delle videochiamate tra amici e chi non si fotografa tuttavia di videochiamate ne fa. Il problema è per chi non ha ancora dimestichezza con questi mezzi tecnologici. Alla fine della prima settimana di isolamento, la prima di tante che dovremmo affrontare, mi spavento: una donna urla in strada sotto la mia finestra che non ne può più di stare in casa ed un’altra donna le risponde che neanche lei ne può più di stare in casa. Mi spavento per due motivi: per le condizioni psichiche delle due; perché mi chiedo se gli italiani ce la faranno a resistere tanto a lungo in condizioni di isolamento. Poi mi calmo pensando che si abitueranno.

Per forza rallentare.

Rallentare per forza. Rallentare nei consumi e nella produzione. Rallentare nel traffico di merci e di persone. Rallentare negli eventi e nelle attività. Finalmente si tornerà a risparmiare e a risparmiarci, forse. Eppure già è stata annunciata l’accelerazione per la ricostruzione e forse, ancora una volta, passerà inascoltato Latouche con la sua «decrescita». Intanto siamo senza trasporti aerei, dunque torniamo a ricordarci delle distanze; ma le comunicazioni non viaggiano con tempi dilatati, sono veloci più che mai. Non è come fu per la peste del ‘600. Noi siamo uno Stato, noi abbiamo i mezzi di comunicazione di massa. Per una volta tanto tutto ciò non suona come una minaccia ma come la garanzia del meglio che poteva toccarci in sorte.

Punti forti o deboli del nostro sviluppo in corso e futuro.

Una Nazione che in gran parte si ferma ci fa accorgere del fatto che siamo come un coro. In un coro ognuno è importante: ogni lavoratore è risultato essere importante. Questo emerge dalla difficile situazione economica e dalle misure del decreto del 16 marzo 2020. Nella già annunciata «fase della ricostruzione» forse il lavoro tornerà finalmente a essere centrale, più dei consumi. Forse di nuovo ci sarà lavoro per ognuno. Forse la reale e non amata burocrazia italiana riceverà un altro duro colpo. Forse impareremo ad usarla al meglio questa dannata e benedetta tecnologia. Forse uno dei comparti “tagliati” negli anni precedenti ne verrà fuori più forte: la sanità ovviamente. Allora non c’è che da avere paura per il prossimo cataclisma pensando a quanti comparti ci sono da recuperare. Per favore anticipiamo il cataclisma. Per la prossima volta facciamoci trovare preparati. Si conoscono già i punti deboli del nostro sistema.

Maria Luisa Sementilli

Contatti:

Email: marialuisasementilli@virgilio.it

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Cultura

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