Davvero una gran bella festa, così, tutti insieme, è da tanto che non ci ritroviamo. Anche se solo per un compleanno, per l’ottantatreesimo del nonno. Nella mia famiglia i compleanni contano come il due di picche, anzi, io personalmente tendo a dimenticarli. Ma stavolta davvero non si può: a due anni dalla sua scomparsa, fuga o di qualunque cosa si sia trattata, ritrovarlo l’altro ieri proprio lì, sul ciglio del viale innevato, è stata una gioia inattesa. Nudo, infreddolito e con lo sguardo perso e gli occhi infossati, stretto tra le braccia. Come ci è finito lì? Come ha resistito alla neve gelida? Non lo so, nessuno lo sa, soprattutto perché abitiamo nella stessa casa, questa, a quasi trecento chilometri da dove è stato trovato. Gli sbirri hanno faticato persino nel mettergli addosso una coperta; seppur secco come un ramoscello ha una forza paurosa e la sua magrezza mette in risalto i nervi sottili e tesi delle braccia. Quello che io non mi spiego è: come cavolo ha fatto a riconoscere la strada di casa se in vita sua non è mai uscito da queste quattro mura? Sì, al limite ha fatto un giro in città, però so per certo che così lontano non ci è mai arrivato; odia viaggiare, volare e soprattutto camminare. Spinge gli agenti e punta dritta la strada davanti a sé, come guidato da una volontà esterna e avesse un solo obiettivo: tornare a casa. Come sa che quella è la giusta direzione? Non gli importa che il coso penzola o che sculetta con due piccole natiche secche, che è cosparso di una qualche sostanza e che la barba, lunga e ispida, pare quella di Babbo Natale. «Casa, caaaasa, ca-sa», ripete meccanicamente, per strada, nella volante della polizia, durante l’interrogatorio e fino a ieri, quando è tornato da noi. Poi ha smesso, si è ammutolito e tranquillizzato, si è svegliato stamattina e pare un’altra persona.

 Intorno a me un continuo vociare, un ripetersi incontrollato della parola – auguri -, un continuo – come stai? -, qualche spintone che per poco non fa rovesciare il mio the; d’altronde quasi centoventi persone in ottanta metri quadri, fate voi. Ok, era scomparso, chissà dove, adesso torna e caso vuole che sia il suo compleanno; ok pure questo. Però facciamola finita e torniamo a essere quella cazzo di famiglia dove la parola auguri è stitica a essere pronunciata. Poi mi ricordo che forse, l’unico a non aver dato gli auguri al nonno sono io: ho sonno, voglio dormire, domani si trotta al lavoro, ma prima devo almeno salutarlo, devo dirgli anch’io quella maledetta e antipatica parola. In fondo gli voglio bene, ci sono cresciuto, anche se di lui conservo pochissime discussioni sensate; ma tu guarda come riduce l’Alzaimer… Ne soffre da oltre venticinque anni, ma cazzo, una malattia che ti fa camminare a zonzo per due anni… Aspetto che l’ultimo gruppo di pseudo parenti gli stampi un bacio finto sulla guancia scarna e squamata, poi mi giro, nessuno mi calcola, gli vado vicino e poggio le mani sulle ruote sottili della sedia, «E… allora nonno, forza, rimettiti e… a domani.» Niente da fare, quella dannata parola non mi esce proprio e di baciarlo, a essere sincero, un po’ mi fa schifo, ma una carezza, almeno tenergli la mano, devo riuscirci. Gli prendo una manina, piccola e ossuta, le vene in rilievo sotto la pelle lucida e le unghie gialle con qualche residuo nero annidato sotto, non bene identificato. Sto in silenzio, sta in silenzio, mi fissa un secondo, ora il suo sguardo cambia: apre la bocca e da sotto la lingua toglie qualcosa di piccolo e lucente, una specie di pillola o forse è una capsula. Non lo so, perché sono troppo concentrato a sperare che non me la metta in mano, così piena di saliva. Invece lo fa, aspetta che io apra la mano, mentre tiene con il pollice e l’indice tremolante il suo piccolo regalo per me; ora i suoi occhi cambiano e sembrano supplichevoli. Devo resistere, che sarà mai un po’ di bava? E poi potrebbe essere l’ultima volta che lo vedo, ridotto com’è chissà se arriva a domani. Gli lascio la mano e apro il palmo, faccio tutto con una e almeno tengo pulita l’altra, lui fa cadere la pasticca (credo di questo si tratti), poi sospira e mi sussurra, «Solo se serve, solo – se – serve», quindi mima il gesto di masticare e deglutire. Io rimango allibito, forse crede che metta quella roba in bocca solo per farlo contento, gli do una pacca sulle spalle e accenno il distacco abbassando lo sguardo. Come diavolo si è ridotto. Appena mi sollevo ha uno scatto improvviso, mi afferra, con entrambe le mani mi tira a sé, inizia a urlare, con il poco, pochissimo fiato che ha. Mi ritraggo e per qualche metro mi segue, poi mi ricordo che è su una sedia a rotelle e che di quel passo sto fresco a tirare, dato che ha una presa micidiale. Tutti si girano e i loro sguardi di minaccia e finta commiserazione mi fanno sciogliere: passo per un ribelle o un poco di buono, ma io voglio davvero bene al nonno, seppur a modo mio. Lui continua a mimare di mettere in bocca, gli occhi sembrano schizzare dalle orbite e il grigio che li vela adesso pare colorarsi dell’azzurro deciso di una volta, quando era un giovane bello e forte. Non so che fare, tutti mi osservano come per dirmi – e che ci vuole, fallo contento, è vecchio e malato, non hai un minimo di cuore. –  Ma io ho un gran cuore e il fegato pure e siccome al nonno voglio bene davvero e voi siete una massa di falsi, lo accontento: vicino a me il mio bicchiere di the. Ci immergo la pillola, mentre con l’altra mano l’assatanato continua a tirare, la sciacquo per bene, nella remota possibilità che della sua bava nulla resti. Mentre tutti mi osservano divertiti chiudo gli occhi e la metto in bocca, sto per deglutire, ma mi ricordo che lui l’ha tolta da sotto la lingua. Mi fermo, la muovo disgustato e la piccola intrusa trova alloggio in un’insenatura sotto la lingua, lì si posa e con mia sorpresa non mi da fastidio, anzi, non la sento per niente. Però continua a farmi schifo. Ne ho abbastanza, ora che tutti trattengono una risata sotto i baffi, mio padre defilato che scuote la testa e mia madre che di nascosto corre in bagno, portandosi le mani alla bocca; guardo il nonno e vedo nei suoi occhi pace e serenità, spero di sbagliarmi ma quello sguardo sembra dirmi  – ora posso crepare in pace .- Gli accenno un sorriso mentre i primi rigurgiti di vomito si affacciano alla bocca, non resisto e devo salire in fretta le scale, senza riuscire a dargli nemmeno un bacio, per l’ennesima volta. Sfondo la porta del cesso e mi aggrappo al water, butto fuori l’anima. Appena finito mi sollevo, mi ricordo della pillola che di certo è sgusciata fuori, faccio un rapido controllo: stranamente è ancora lì. Al piano di sotto è un continuo vociare, voglio scendere e mandarli tutti a quel bellissimo paese, ma sono stanco, improvvisamente stanco e non mi va di vedere ancora il vecchio, quello sguardo non mi è piaciuto affatto. Torno in camera, mi spoglio e sprofondo nel letto, poi mi lascio crogiolare dal tepore delle coperte, mi ricordo che quella cosa sta sotto la mia lingua, devo toglierla, ma che fretta c’è? Ormai ho vomitato e credo pure che la mia bava abbia adeguatamente sostituito quella del nonno; ma tu guarda che pensieri che faccio, ok, domani mattina la butto via.

La sveglia, ho dimenticato di puntare la sveglia. Di colpo un pensiero mi attanaglia: è tardi, faccio tardi al lavoro. Apro gli occhi, do ascolto al mio orologio biologico, qualcosa mi dice che è giorno ma intorno a me è tutto buio. Non so nemmeno se gli occhi sono realmente aperti, mi pare di non essere qui, o lì. Sono circondato dal silenzio e capisco di essere disteso ma questo non è il mio letto, non so cos’è. Percepisco una distanza siderale tra me e le pareti, non vedo il filo di luce che dalla finestra entra, non odo mio padre che tira lo sciacquone in bagno, in verità non sento assolutamente nulla. Sono disteso su una superficie, questo non è il mio letto, ma una fredda, freddissima lastra di ghiaccio; è liscia, così levigata che le dita scivolano come fosse olio, cerco di aggrapparmi a qualche bordo, insenatura, buco … insomma, un maledetto appiglio. Ma il freddo continua, il suolo scorre inesorabile sotto le mie unghie, il respiro diventa ansioso, il cuore inanella una serie di battiti da tachicardia: dove cazzo sono? Poi la mano si ferma, in verità incontro un ostacolo, forse la fine di un incubo così reale che faticherò a dimenticare. Ma quella che afferro è ancora una mano, unta, si direbbe coperta di una qualche colla; ok, se è un incubo tanto vale finire di viverlo, vorrà dire che mi sveglierò con le mutande bagnate. Seguo l’arto lasciando che le dita vi corrano sopra, percepisco una leggera peluria e capisco che si tratta di un maschio, poi avanzo verso la faccia e con il solo tatto provo a immaginarne le fattezze. Due occhi, una bocca, un naso, ok, ma chi è? Soprattutto perché non si sveglia? Il mio senso d’orientamento mi viene in soccorso e una volta sollevato mi sorprende un lieve capogiro; affondare le mani nel nulla mi fa rabbrividire. Non è un sogno né un incubo, mi gira la testa e questo è reale. Adesso faccio uso di entrambe le mani, tasto il viso e scendo giù, sul collo, sul petto, sul ventre e poi… cavolo, ma è nudo, questo qui è nudo! Ritraggo le mani e l’angoscia inizia a penetrarmi nelle vene, i vasi si dilatano e il cuore prende una rincorsa impossibile da fermare; provo a voltarmi, distendo le mani di fronte a me e le poggio alla mia sinistra: sento ancora un cazzo di corpo nudo. Non urlo, mi viene da farlo ma non ci riesco, penso che è troppo presto per urlare e che devo tenermi tutto dentro ancora un po’, finché non capisco cosa mi sta succedendo. Concentrarmi, devo concentrarmi. Non è facile con un carro armato che ti opprime il petto, il grido del cuore si fa acuto e le orecchie iniziano a fischiare, poi ancora buio nel buio.

(Continua)

Alessandro Falzani

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Racconti & Poesie

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