(continuazione)

Mi risveglio, sì, credo di essere sveglio. Ormai so di trovarmi da qualche parte e se non sto dando di matto adesso sono sveglio, quindi poco fa ero svenuto, o forse dormivo, o forse non lo so ma quello di cui sono certo è che ora mi ritrovo qualcosa che mi blocca le gambe. Sento la pelle nuda, quindi è un corpo – che sia il tipo di prima che si è svegliato? – No, non lo è, perché la mia mano lo ricerca e lo trova subito, lì, dove stava prima. Provo con l’altra mano, dal lato opposto, anche quel tipo è ancora lì. Inutile girarci intorno, sulle mie gambe c’è un altro corpo, ma quello che adesso mi suscita nervoso è: perché sento la sua pelle? No, non può essere. Mi tasto la faccia, il petto e… sono nudo, sono nudo anch’io. Rimango immobile, ora mi riesce difficile contenere un pianto di nervoso e terrore, ma qualcosa mi dice che se devo farmela sotto, devo farlo in silenzio. Cerco di soffocare il singhiozzo e di respirare il meno possibile, trattengo il muco che nel naso si crea, lo ritraggo, calmo. Che faccio adesso, dove accidenti mi trovo? Però sono vivo, almeno questo è sicuro, sennò non starei qui a piangere, mentre la fronte s’imperla di sudore. Già, sento caldo anche se nudo, sento un gran caldo ma le chiappe sono gelide, su questa lastra fredda. Una sola orrenda cosa mi viene in mente di fare, non voglio nemmeno pensare sia possibile, ma che altro devo tentare? Metto la mano sul petto dell’amico alla sinistra, magari quello che sento non è solo il battito del mio cuore ma anche del suo; invece no, non batte. Deglutisco, mi mordo le labbra e serro forte le palpebre a tal punto che il nero per un attimo sfuma e tanti piccoli punti bianchi mi appaiono, ma va bene tutto, purché non sia un fottuto velo nero. Non pronuncio quella parola, non ci penso nemmeno, mi giro dall’altro amico e gli rivolgo la stessa domanda poggiando la mano sul petto: merda, sono morti. Nella mente non ho più spazio per la razionalità e lo sconforto, a tutto questo decido di dare un nome: follia. Sono un pazzo, uno scemo che sogna, incapace di svegliarsi. Improvvisamente un baluginio e i miei occhi ricercano quella sottilissima linea di luce che si apre sopra la mia testa: dritta, bianca, lunghissima. Continua ad allargarsi e mi è chiaro che qualcosa si sta mostrando sopra di me. Mi rimetto giù disteso e aspetto nemmeno io so che cosa. In questo frangente appare un corpo, sollevato da una specie di braccio metallico scintillante che, con due movimenti veloci e precisi, lo scaraventa giù, nell’abisso di tenebra dove sono sepolto. La linea di luce inizia ad assottigliarsi sempre più sino a scomparire; cerco di imprimerla bene nelle mie pupille, perché se ho compreso dove sono finito, devo trovare un cazzo di modo per venirne fuori.

Tremiladuecentosedici, tremiladuecentodiciassette… eccola, di nuovo! La luce riappare sopra di me, ormai sono quasi sepolto dai corpi che continuano a piovermi addosso. Sei volte, sei fottute volte ho contato l’intervallo tra un’apertura e l’altra: tremiladuecentodiciassette secondi, circa cinquantacinque minuti. Questa è la finestra temporale che ho a disposizione; un altro cadavere mi cade vicino. Ora i miei occhi iniziano ad abituarsi ai costanti bagliori, ma ciò a cui non posso pensare è di essere circondato da cadaveri: tutti morti, controllati uno per uno. Sono impegnato a tal punto a capire cosa succede sopra la mia testa che non mi guardo intorno, tuttavia qualcosa mi dice che la storia va avanti da un pezzo e non oso immaginare quanti uomini giacciono ammassati proprio qui, vicino. Ho deciso, aspetterò la prossima apertura per guardarmi in giro, a occhio e croce ho dieci secondi di luce e devono bastarmi per dare una sbirciata.

Duemilasettecentosedici… duemilasettecentodiciassette… punto lo sguardo in alto, fisso il manto nero che mi accappona la pelle. Nell’oscurità è come se tutte queste persone morte mi fissassero, sento i loro sguardi addosso e la loro presenza mi inquieta, mi assale. Tremiladuecentouno… ormai ci siamo, concentrazione, tremiladuecentoquattro, cinque, sei… sento un ronzio metallico in alto, acuto e lontano, mi sollevo appena, devo riuscire ad avere la miglior visuale possibile. Tremiladuecentosedici… e diciassette. Ci siamo, ci siamo! Si apre, non devo guardare sopra, so già cosa accadrà e sposto la testa appena, giusto da buttare lo sguardo poco più in là del naso dell’amico. Otto, nove, dieci. La pioggia di luce candida scompare e io non so davvero se sono pazzo o se quest’incubo è troppo reale. Non ho dubbi, perché li conosco troppo bene, so chi sono tutte quelle persone, so perché sono tutti maschi: quei corpi sono io.

Adesso la domanda che più m’inquieta è: chi sono io e chi sono loro, quanti me esistono e perché stiamo tutti ammassati come capre, tutti morti, tranne me. Mi è chiaro che non posso rispondermi, avvolto dalle tenebre non riesco a riflettere, il mio pensiero è incapace di prendere qualsiasi direzione, già, ma la testa si alza d’istinto e risponde per me: se tutto questo ha un senso e una risposta, di certo si trova lì sopra. Cazzo, non ho portato il conto, quindi non so quanto tempo mi rimane prima dell’ennesima apertura, ma un’idea mi balena in testa e illumina quest’oscuro cimitero che mi accoglie. Manca poco ormai e appena quel coso si riapre mi metto all’opera. Trascorro i successivi non so quanti secondi e la luce torna, ormai acquisisco il ritmo biologico e inizio a credere che tra un po’alzerò la testa azzeccando il momento esatto dell’apertura senza contare; più o meno come quando fisso la sveglia un minuto prima che suoni, sapendo che è quasi ora. Cade l’ennesimo me. Dieci secondi e la luce scompare. Mi sollevo deciso, cercando di non pensare al tappeto di corpi che devo calpestare, chiedo scusa a ogni passo che faccio, poi li prendo, tastando a caso nel vuoto, consapevole che in ogni parte ove butto le mani afferro la mia persona. Ho bene impresso il pezzo di spazio in cui il braccio meccanico molla la presa, lì è dove si ammucchiano. Milleduecentotre… milleduecentoquattro… caspita quanto peso; tu stai qui e tu mettiti sopra, di certo un altro sta proprio dietro di me. Continuo instancabile ammassando corpi su corpi sino a che distendo le braccia e tocco teste e bocche sopra di me: più di così non riesco a fare. Tremiladuecento… nooo! Ho perso il conto, tremo, sono stanco, affannato, ma potrei non avere altre possibilità o la forza mentale per andare oltre. Devo salire, più che posso, aggrappandomi a mani, piedi, nasi, organi genitali. Sento che è il momento, il mio orologio biologico ormai non sbaglia più. Il ronzio, lo sento, ora è molto vicino; la superficie sopra di me scivola senza il minimo rumore, aprendosi in due parti: ecco la luce ed ecco il braccio. Mi sta proprio sui capelli e vedo quel povero me penzoloni che mi cade addosso: calma, ho dieci fottuti secondi. Incrocio lo sguardo spento e capovolto del compare, mi scanso appena tenendomi in equilibrio sulle mie chiappe e schiene, il braccio sta tornando su: adesso. Con le mani raggiungo il freddo metallo e mi aggrappo con la sola forza della disperazione, quello mi solleva come una piuma e si accovaccia a terra, vicino a un lungo tubo di vetro. Tutto intorno è bianco candido, non ci sono mura, gli occhi mi danno fastidio, troppa luce. La superficie si chiude sotto di me e lascio quei poveri dannati alla mia molteplice compagnia. So a cosa serve quel tubo, lo immagino bene, ma adesso fatto trenta facciamo trentuno. Questo braccio è particolare: liscio e sinuoso, non vedo tubi, raccordi o bulloni, è molto silenzioso ma in qualche modo deve pur alimentarsi per funzionare. Gli giro intorno, ho ancora un po’ di tempo prima che il prossimo siluro arrivi e sento con la punta dei piedi che c’è una protuberanza la quale prosegue in linea retta, in una certa direzione che non riesco a decifrare. Un canale, un tubo, un cavo elettrico forse, non ho altri riferimenti, devo seguirlo. Cammino e il piede non perde un attimo il bozzo del pavimento che pochi minuti dopo torna perfettamente regolare, – merda l’ho perso – mi dico sconsolato. Invece un muro bianco si solleva silenzioso e una serie di piccoli alloggi mi appare, anche l’illuminazione mi è più congeniale, – adesso, almeno vedo dove cazzo mi trovo. – Cammino cauto e impaurito: qualcuno, che non sono io che crepa, ci deve pur essere e non ho la minima idea di quali siano le sue intenzioni. Arrivo al primo alloggio, butto l’occhio sul tavolo, ci sono tante pillole luccicanti messe in fila, mi ricordano vagamente qualcosa ma ho la testa troppo incasinata per sforzarmi di mettere a fuoco, poi scorgo finalmente una finestra! Una fi-ne-stra! Il cuore mi sorride e la speranza che si era dileguata dalla mia testa torna a bussarmi e chiede di entrare; riesco a vedere che sono da qualche parte in un bosco, è giorno e c’è nebbia. No, aspetta che guardo meglio, gli occhi mi prendono ancora in giro, quella non è nebbia: è neve. La neve mi ricorda ancora qualcosa ma che cazzo, ora basta ricordare, devo trovare il modo di andarmene da qui. Poi un boato mi raggela, proviene da sotto i miei piedi e se non sbaglio è da lì che sono venuto fuori; si, sotto di me ci sono… io. Inizio a sentirmi spinto verso l’alto, una forza propulsiva spaventosa mi schiaccia le cervella, raggiungo la finestra, devo capire che diavolo succede ma non mi occorre molto: questa casa (o cosa) si solleva da terra e le centinaia di miei corpi piovono sfracellandosi al suolo. Vengono espulsi proprio da dove ero rinchiuso. Rimane un cratere enorme dalla forma ovale e come formiche che sbucano dalla tana, una decina di ruspe giungono sull’orlo dell’orrida fossa e concedono “degna” sepoltura ai miei amici. – Mio Dio, questa non è una casa, è una nave volante! – La matassa si dipana nella mia mente, quella che credevo fosse una fottuta leggenda metropolitana prende spazio nella testa e la riempie di maledette congetture, che non mi piacciono affatto. Privo di idee, pietrificato dall’orrore, mi chiedo solo chi sia al comando di tutto ciò e quale sia lo scopo ultimo; non mi rimane che proseguire mentre la nave continua a salire di quota e pian piano il cielo si fa nero. Esco dalla stanza e il corridoio si restringe, diventa angusto e soffocante, sicché una persona ci passa a malapena; con il cuore in gola giungo alla fine di esso e sulla mia testa una cupola immensa mi lascia ammaliato, alla vista dell’universo infinito. Da un altro corridoio alla mia destra arriva agitata una donna nuda: ci guardiamo un attimo negli occhi per capire entrambi che stiamo vivendo la medesima follia. Un suono acuto attira la nostra attenzione e dinanzi a noi, in una torre alta e trasparente, un uomo in tenuta militare, circondato da altri con un’ uniforme simile ci osserva pensieroso. Io e la donna non parliamo, ma ci dimeniamo come pazzi e muoviamo le mani, iniziamo a ridere, perché forse tutto questo è un sogno, il frutto di una droga o siamo solo di passaggio in un posto sbagliato. Ma i militari si dividono in due gruppi, lasciandoci intravedere quello che hanno dietro, capisco che abbiamo un altro problema. Due letti verticali ci lasciano piena visione di quello che accade: iniziamo a piangere e mettere le mani sulla bocca, me la faccio addosso, perché ormai non ho più il controllo psicomotorio del mio corpo, o di quello che credo esserlo. Io e la ragazza siamo su quei letti, fasciati come salami e due bracci meccanici, simili a quello di poco prima, ci stanno aprendo la testa; arrivano due esseri bassi, scheletrici e neri, dalla loro bocca partono ramificazioni che vanno a insinuarsi nei nostri crani. Vedo che abbiamo convulsioni, gli occhi girano impazziti, sino a esplodere. Gli esseri neri gesticolano con i militari, fanno movimenti veloci e precisi, gli umani abbassano la testa e si siedono a quelle che presumo siano le loro postazioni. Poi, una voce rompe la coltre di pazzia a cui assisto. «Signori Marc e Anna, ci complimentiamo con voi per essere sopravvissuti alla fase avanzata di clonazione moltiplicativa. Nostro scopo era che almeno uno di voi vivesse nella rispettiva colonia e avesse le stesse identiche caratteristiche dei due cloni che purtroppo hanno appena fallito. Come avrete capito, la razza umana collabora in maniera prolifica e pacifica con esseri alieni senzienti e a noi superiori. Ma non abbiate timori, essi ci rispettano e hanno individuato nel nostro dna, la possibilità di ibridare le menti e renderci partecipi del loro progetto universale: creare esseri superiori nel corpo e nelle capacità mentali.» Poi si ferma un attimo, mentre io e la donna cominciamo a capire di aver paura di qualcosa di cui in realtà non dovremmo: perdere la vita. In verità non l’abbiamo mai avuta, ma è strano, io mi sento come se avessi vissuto una vita intera: mia madre, papà, la scuola, ricordo tutto nei minimi dettagli, mio nonno…»

Una macabra intuizione fa breccia nel mio cervello clonato e come un treno, adesso, mi si schiantano addosso tutti i tasselli: la pillola, cazzo, la pillola. Ruoto la lingua e sveglio la bimba dal letargo indefinito, è lì ancora, da non so quanto. La stessa che ho visto sul quel dannato tavolo…

No, non sarà che il nonno…

La voce fredda e inflessibile dell’uomo riprende, «Voi, signori, siete l’esatta copia dell’essere umano da cui discendete e oggi, la vostra mente tenterà l’unione con quella di una razza superiore. Siatene felici e speriamo di poter condividere presto l’enorme sapienza che vi apprestate ad assimilare. Sappiate che la Terra vi sarà riconoscente, così come l’esercito degli Stati Uniti d’America.» Sotto i nostri piedi si aprono spazi vuoti, fluttuiamo e due enormi cilindri ci imprigionano, capisco subito dove ci stanno portando. Vedo la donna che batte disperata le mani sulla parete trasparente, mi supplica di aiutarla, piange e solo adesso mi accorgo di provare un sentimento davvero umano: la pietà. La mente torna a mio nonno, o meglio, al nonno del povero ragazzo da cui sono stato generato e solo ora mi accorgo di quanti fottuti indizi mi aveva dato, perché almeno io, il suo clone, potessi continuare a vivere.

Quando era nudo, trovato sotto la neve, oppure le mani sporche di terra, perché aveva scavato una volta scaraventato fuori da questa  cazzo di nave. Poi si era fregato una pillola, perché aveva intuito che una volta finito il lavoro questi stronzi di militari sono costretti a uccidersi con le loro mani, senza che i mostri lascino il minimo segno: sapeva a cosa sarebbe servita quella capsula ed era pronto a usarla. Ma il nonno doveva aver avuto proprio le palle, per uscire da quella fossa, fregarsi la pillola, tornare in mezzo agli altri morti e aspettare che la botola si aprisse. Chissà quale clone lo aveva aiutato a sua volta, da quanto tempo prima era stato avvertito e si era tenuto pronto; però bravo nonno, almeno tu li hai fottuti. Adesso so che il mondo non è solo degli umani, ma ogni tanto anche qualche clone si fa vivo e riesce a sfuggire da questo inferno volante. Lo so, lo capisco solo ora, non ho dato il giusto peso alla memoria, ai ricordi del passato che non ho vissuto e non ho capito di avere una cosa che si chiama intuizione. Tranquillo nonno, non sono incazzato con te, in fondo non stai bene di testa. Ma io sono Marc, giusto? Ok, non avrò intuizione né memoria, ma ricordo di avere le palle: mi spiace per lei, la donna intendo, per quello che dovrà passare, ma non mi avranno mai. Senza pensarci muovo la lingua e cerco la pillola, vedo la donna che un secondo prima di me sfila sul letto e subito due cinte robuste la imbragano, sto per atterrare anch’io. La pillola? Dov’è? Dov’è!!? Che stronzo… non c’è, non c’è mai stata, se non la memoria di essa, che ancora mi frega, sino all’ultimo secondo.

Poi scivolo sul letto, le cinghie mi afferrano, la mia mente si eclissa… tutto è buio.

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Racconti & Poesie

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