Argomento – Rivolte

Il diritto di essere razzisti

Mentre il mondo brucia per opporsi alle discriminazioni, in Italia c’è chi fa di esse la sua bandiera.

Il fuoco della rivolta sta avvolgendo il mondo. Dopo i mesi di lockdown la miccia della bomba sociale è esplosa e la gente non esce più per alcolizzarsi, comprare sostanze o andare a mignotte come tradizione vuole. In tutto il mondo sollevamenti popolari, manifestazioni e movimenti riempiono le strade in cerca di una giustizia troppo al lungo dimenticata.

Negli Stati Uniti, la morte di un afroamericano per mano della brutalità durante un arresto, è stata il detonatore di un gigantesco sollevamento popolare. Come se gli abusi della polizia fossero una novità in America. Voglio dire, così come so che se vivo negli Emirati Arabi non posso esprimere liberamente l’omosessualità (il carcere sarebbe l’ipotesi migliore), se vivo negli USA e sono di colore so che non posso fare jogging. O almeno, non posso farlo senza che qualche poliziotto mi fulmini col taser, convinto a prescindere che stia scappando da una qualche scena del crimine. Se ne fa una questione di razzismo ma, guardando i dati, si può vedere benissimo che i detenuti neri sono solo il 60% della popolazione carceraria statunitense: i restanti, quasi la metà, sono bianchi. Poi, che questi bianchi siano per lo più ispanici non vuol dire assolutamente nulla. E’ palese che il razzismo sia stato assunto come motivazione dai manifestanti, guidati dal Partito Democratico, per mettere in cattiva luce l’attuale presidente dell’Unione. Dopo aver cercato di sedare le proteste con l’utilizzo dell’esercito, Trump ha capito che forse sarebbe stato eccessivo: per dei manifestanti disarmati bastavano solo lacrimogeni, manganelli, violenza e una buona fornitura di proiettili di gomma, da sparare in faccia a donne e ragazzi. Del resto finché non ammazzi qualcuno è solo una protesta, non diventa una guerra civile.

Anche l’Italia regala soddisfazioni per quanto riguarda le manifestazioni antigovernative. Nelle ultime settimane, un provvedimento di sgombero è stato notificato alla sede romana di Casapound, colpevole di occupare abusivamente da 17 anni uno stabile nel centro della capitale. Al momento le operazioni di “sfratto” sono in stallo, poiché la Procura sta valutando la situazione e il camion per il ritiro dell’umido non passa fino a giovedì prossimo. Questo però non ha fermato i fan boy di Benito dallo scendere in piazza lo scorso 6 giugno. Per chiedere pacificamente il rispetto dei loro diritti di discriminare, picchiare e riconquistare l’etiope Abissinia, i neofascisti hanno organizzato cariche contro la polizia, ingaggiato risse coi giornalisti e intonato a gran voce la sigla integrale di Heidi. Il risultato è stata una bolgia di teste luccicanti contrapposta a cordoni di caschi antisommossa: una classica domenica dopo un derby in Coppa Italia. Senza domenica però. E senza derby. E senza Coppa, era più che altro un fascio littorio. Non saprei, ma sono sicuro che il 6 giugno abbia vinto lo sport e quasi tutti si siano divertiti. Parlando sempre di assembramenti fanatici e irrazionali, è cominciata la campagna elettorale di Salvini nel sud Italia. Ognuno ha il diritto di esprimere liberamente le proprie idee, sia chiaro, ma scendere in piazza per acclamare una persona che fino a ieri incolpava i “terroni”, parole dei leghisti, di tutte le sventure italiche, e che avrebbe segato la penisola all’altezza del Po per lasciare affogare i meridionali nel Mediterraneo, è un po’ come fare il tifo per il tizio che si sta scopando tua moglie. Cioè, in linea teorica lo puoi anche fare, ma io due domande me le farei. Domande che, tra parentesi, nemmeno Salvini si pone, soprattutto mentre deponeva i fiori in memoria dell’agente Apicella, morto coraggiosamente nello svolgere il suo dovere, sulla lapide dedicata ad un’altra persona. Il tutto in diretta nazionale. Che Matteo sia un politico attento è fuori discussione.

Per concludere questa carrellata di manifestanti e/o simpatizzanti, tutti rigorosamente all’oscuro delle norme contro gli assembramenti (che tanto il Covid chi se ne frega), vorrei citare i gilet Arancioni, un movimento simile ai più noti gilet Gialli francesi ma che, contrariamente a questi, non ce l’ha fatta. L’idea che quasi mi aveva convinto ad unirmi alla marea umana in catarifrangente arancio (che, ci tengo a sottolineare, non ha nulla a che vedere con i lavoratori ANAS, che si sfondano di sole e asfalto per rendere migliori le nostre autostrade) è la loro certezza che si possa curare il coronavirus con lo Yoga. Lo Yoga. Avevo già estratto il giubbottino dal cruscotto quando, per fortuna, mi sono tornati alla mente gli spot governativi che andavano in TV nei mesi scorsi. A malincuore ho rinunciato a scendere in piazza.

Oggettivamente, l’unico modo per prevenire il diffondersi del virus è affidarsi alla scienza e ai dispositivi sanitari. La sanno bene il “governatore” della Lombardia, Fontana, come anche i suoi parenti. In uno slancio di altruismo, l’azienda della famiglia Fontana ha deciso di donare oltre 500.000 euro tra camici, guanti e mascherine, alla regione: prima incassando, per errore, il pagamento di tale commessa, e poi rimborsando il denaro ottenuto senza la gara d’appalto. Che la restituzione sia avvenuta a qualche ora dalla redazione di un’inchiesta giornalistica in merito, è solo una pura coincidenza.

Vedendo tutto questo ardore nel difendere le idee, nel combattere per i diritti, nel rifiutarsi di sottostare al pensiero unico imposto dall’alto, una domanda mi sorge spontanea da dentro l’anima: ma proprio il cantante degli Jarabe De Palo doveva andarsene?

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Satira

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