Labyrinthum (blog)

Gianenrico Bonacorsi


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La scimmia pensa, la scimmia fa di Chuch Palanhiuk: quando la realtà supera la fantasia

Il nome di Chuck Palahniuk è spesso associato al celebre best-seller Fight club, divenuto, nel 1999, anche un cult-movie dal titolo omonimo. L’esperienza dello scrittore americano, tuttavia, non deve – e non può – essere racchiusa in un’unica opera. Il talento letterario di Palahniuk, infatti, lo ritroviamo anche in altri suoi lavori come nel caso del saggio La Scimmia pensa, la scimmia fa. Dalla copertina del libro, confezionata da una splendida veste grafica in cui si vede una scimmia con in mano una pistola, rimaniamo colpiti, sin da subito, dal sottotitolo, ovvero, “Quando la realtà supera la fantasia”. Questa espressione, particolarmente acuta, mostra l’interesse dell’autore per la rappresentazione della realtà, elemento che traspare, in maniera del tutto cristallina, anche in Realtà e narrazione: una premessa prefazione scritta da Palahniuk in persona. Il saggio, composto da un totale di 23 racconti, è suddiviso in 3 differenti parti, intitolate, rispettivamente Insieme; Ritratti; Personale; ognuna delle quali caratterizzata da un taglio narrativo diverso. In Insieme, una raccolta di 9 racconti (Il festival del testicolo; La carne si produce qui; Voi siete qui; Demolizione; La mia vita da cane; Professioni di fede in pietra; Frontiere; Una lattina di carne umana; La signora), lo scrittore trae ispirazione dalle stravaganze dell’uomo contemporaneo. Ciò si può osservare, ad esempio, in Il festival del testicolo, narrazione di un bizzarro festival (appunto il “Testicle Festival”) svolto in una piccola cittadina del Montana; in Demolizione basato su un demolition derby con le mietitrebbie o in Professioni di fede in pietra in cui viene raccontata l’eccentrica passione di alcuni milionari americani diventati costruttori di castelli. In Ritratti, la seconda parte del saggio, troviamo, invece, una selezione di 7 racconti: Con parole sue; Perché non si muove; Non cerco Amy; Leggersi le carte; I bodhisattva; Errore umano; Egregio signor Levin,. In questo caso l’autore, attraverso l’espediente dell’intervista, delinea i profili di alcuni interessanti personaggi della società attuale. Questo è ciò che viene a compiersi in Perché non si muove, dove Andrew Sullivan, giornalista, scrittore inglese e attivista per i diritti degli omosessuali, espone alcuni momenti della sua vita o in Leggersi le carte, in cui la celebre rockstar Marylin Manson (pseudonimo di Brian Hugh Warner), mediante un’autolettura dei tarocchi, compie un percorso autobiografico e della sua personale esperienza artistica. Il saggio si conclude con Personale, sezione autobiografica e più intima, caratterizzata da 7 racconti: Accompagnatore; Quasi California; Lip Enhancer; La scimmia pensa, la scimmia fa; Camminare sul filo; Adesso ricordo ; Premi di consolazione. Tra i racconti da segnalare, in questa parte, emergono – senza ombra di dubbio –  Accompagnatore, descrizione accurata del tempo trascorso da Palanhiuk insieme ad un malato terminale e Quasi California, racconto tragicomico e grottesco, in cui lo scrittore narra di una sua infezione al cuoio capelluto poco prima dell’incontro con gli agenti della produzione del film Fight Club.

A questo punto, allora, la domanda che sorge spontanea è:« perché leggere La Scimmia pensa, la scimmia fa?» La risposta è semplice. Palanhiuk, attraverso un linguaggio innovativo, caratterizzato da uno stile crudo, asciutto e a tratti nichilista, ci conduce, mediante la sua dimensione minimalista, ad esplorare varie sfaccettature del genere umano. Lo scrittore ci presenta situazioni grottesche, assurde e tragicomiche, ribaltando, abilmente, il concetto di realtà ordinaria. La narrazione di eventi, talvolta anche banali, dunque, non sembrano stancare mai il lettore che, divertito, dalla narrazione di storie tratte esclusivamente dalla realtà, prova, nel momento della lettura, sensazioni di straordinario ed intenso stupore. Da leggere assolutamente.

 

Jes

 

anche in:

http://www.lettoriribelli.com/2017/08/la-scimmia-pensa-la-scimmia-fa.html

 

Alessandra Plasterpad Parigi

“Plasterpad” significa cerotto. E per me disegnare è questo: mettere un cerotto sui problemi e sorridere.”


Nata a Torino nel 1990, ha iniziato sin da piccola a scarabocchiare sui fogli da disegno e non ha più smesso. Già dalla scuola materna nascondeva agli altri bambini i pennarelli che funzionavano meglio, per usarli con attenzione nelle ore di disegno.
Ha iniziato il suo percorso di studi artistici al liceo, nella sezione di Disegno Industriale alla Scuola d’Arte Amleto Bertoni a Saluzzo (CN) ma si è ben presto resa conto che la sua vera passione è il disegno artistico. Si è quindi iscritta alla Scuola Comics di Torino dove ha seguito i corsi di Illustrazione, Fumetto e Colorazione Digitale. Nel corso degli anni ha disegnato e dipinto ogni sorta di commissione. Ha lavorato per uno studio tatuaggi come illustratrice, ha realizzato copertine di CD di gruppi musicali, illustrazioni per libri, loghi, ritratti, partecipando a mostre ed esposizioni collettive e personali. Ha intrapreso anche una strada parallela di decorazione d’interni realizzando murales e trompe l’oeil.
Anche se il percorso è in continuo cambiamento, costellato di fogli accartocciati e matite consumate, può definirsi un’ illustratrice.


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@Alessandra “Plasterpad” Parigi

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Ombre (parte 6)

Tra sentieri oscuri e macerie, come un fantasma, vago in questa prigione a cielo aperto. La nebbia, con il suo manto bianco, trasforma il paesaggio in un deserto surreale. Da lontano sembrano giungere dei passi. È possibile che esistono altri prigionieri? Sono davvero solo dentro al labirinto? Una strana angoscia inizia a divorarmi l’anima. Tra le onde di questo bianco mare, nel caos calmo del silenzio, mi fermo e, con dei rami  raccolti nei giorni scorsi, accendo un fuoco. Lentamente le fiamme divampano emanando un piacevole calore. Assopito in un torpore mi avvolgo dentro una coperta. Chiudo, devastato dalla stanchezza, i miei occhi neri e cado in un sonno profondo. Divento trasmissione onirica e, con lo spirito, abbandono la dimensione spazio-tempo.

Intorno a me, tra le luci natalizie, lo shopping e il consumismo sfrenato occidentale, una violenta massa di uomini vestiti in nero, armati di spranghe e bastoni, marciano nella città. La figurina di una bambina, trucidata barbaramente in un campo di sterminio, indossa, come una figurina Panini qualunque, una maglia giallorossa della Roma divenendo un macabro sticker da stadio. Nostalgiche canaglie, vestite in nero, fieri e orgogliosi, organizzano un revival della marcia su Roma. La decadente militanza fascista striscia tra le strade: la detesti nel passante il quale, ad uomo che prova a vendere Lotta comunista,  risponde con insensato orgoglio:<<sono fascista >>; la temi  mentre si brinda con calici di spumante per festeggiare il capodanno, in una camera dei carabinieri – una delle tante – dove sul muro è appesa una bandiera dalla chiara simbologia nazista; la odi negli orribili assalti squadristi a sedi di giornali e campi per rifugiati.

Lentamente una marea nera, viscida e vischiosa come il petrolio finito in mare, sembra essere stata trascinata, con ripugnante forza, in direzione delle sponde. Persone, come gabbiani e pesci, rimangono, inconsapevolmente, intrappolati nell’oleoso e maleodorante fango nero. Viviamo quotidianamente in una società degradata ma tranquilli abbassiamo la testa e, imperterriti, vaghiamo come fantasmi, soli e perduti, nel labirinto urbano.

Intorpidito e con l’amaro in bocca mi sveglio. Il fuoco è spento. Sopra la mia testa nuvole scure avanzano con la loro ombra minacciosa che si protrae sui monti ad est. Una tempesta violenta, carica di fulmini e pioggia, si abbatterà sulla calda terra. Un giorno, forse, tornerà il sole caldo del tramonto, rosso come un’arancia, pronto a dipingere il mare. Un giorno, forse, quando il letargo umano avrà fine, quando l’odio si sarà placato, ritorneranno le rondini in cielo ad annunciare, con il loro canto, l’avvento di una nuova piacevole primavera.

 

Come tutto ebbe inizio (parte 5)

In un bellissimo giorno di maggio, io e Penelope, dall’alto di un monte, ammiravamo l’affascinante dipinto che si proiettava sotto i nostri piedi: il blu ondeggiante del mare, accarezzato da una piacevole brezza, si alternava a sfumature di verde e di giallo tipiche della vegetazione mediterranea. Penelope, in abito bianco, bellissima come sempre, mi raccontava – illuminata dal suo  consueto sorriso radioso – storie e leggende giunte da lontano. Dal mare intanto, proprio dinanzi ai nostri occhi, una scena agghiacciante: decine di navi da guerra erano quasi giunte in città. Gli abitanti, impreparati e colti dal panico, iniziavano, come atomi, a balzare in tutte le direzioni. Anche noi eravamo stati travolti dal medesimo maremoto emozionionale, quando, improvvisamente, un gruppo di soldati ci aveva circondato. Disarmati non avevamo più alcuna via d’uscita. Decine di uomini si scagliarono immediatamente contro di noi: Una foresta di mani taglienti, fitte e intrecciate come l’edera attaccata sui muri, mi avevano strappato dalle braccia del mio amore. Mi avevano sradicato da lei. Penelope in lacrime, disperata, gridava a squarciagola pronunciando il mio nome; io, inutilmente, provavo a dimenarmi. contro la mia volontà, prigioniero dell’esercito nemico, ero stato condotto verso una delle loro navi. Insieme ad altri prigionieri venimmo gettati – come spazzatura contenuta in un sacco di canapa – nella stiva della poderosa imbarcazione. tra il puzzo di sudore e vomito, in balìa delle onde, nessuno sapeva dove ci stavano portando. Dopo diversi giorni di viaggio – davvero non saprei dire quanti – giungemmo a destinazione.  Ad attendere noi, miseri schiavi di una violenta guerra fratricida, un’oscura e squallida prigione.

∗∗∗

I giorni trascorrevano lenti. Il freddo umido del carcere, penetrato fin dentro le ossa, stava indebolendo il mio corpo. Venivamo nutriti con del cibo rancido ma, per fortuna, eravamo ancora vivi.  Monotone, come il ticchettio provocato da una goccia d’acqua che si schianta al suolo, continuavano a passare le settimane. Io, nella solitudine più totale, al buio, privo di luce e di speranza, mi ero ormai arreso davanti alla devastante sciagura del mio destino. Ripiegato in un corpo irriconoscibile, segnato dalle sofferenze, giorno dopo giorno, abbandonavo la vita per abbracciare la morte. Quest’ultima, però, per mia fortuna, doveva ancora attendere. Un giorno, In un tiepido mattino primaverile, illuminato dal cinguettio delle rondini, alcuni soldati aprirono la mia cella. Mi legarono ai polsi e mi condussero in direzione di un carro. Al suo interno, sorvegliato dalle guardie, rivolgevo i miei pensieri a Penelope, alla mia gente ed al triste futuro che attendeva l’umanità intera.  Dopo diverse ore di viaggio, completamente bendato e privo di ogni punto di riferimento, eravamo giunti alla nostra meta. Il luogotenente, tirandomi prepotentemente dal braccio, dopo avermi sfilato la benda e slegato i polsi dalle corde, mi spinse a terra con un calcio ben assestato sulla schiena. Mi trascinò con forza all’interno di una struttura  straordinaria; mi spinse tra i rami di un infinito labirinto. Privandomi di possibili vie d’uscita, prima di andare via, mi disse :

” Ecco a te uomo. Ecco a te, valoroso nemico, quello che cercavi. Il tuo destino è nelle tue mani. La salvezza – quella che tu chiami libertà – la troverai solo oltre le pareti del labirinto. A volte, sembrandoti di morire, temerai la paura ed il dolore causato dalla solitudine e dal disorientamento; in altri casi, invece, ricorderai, con nostalgica malinconia, ogni singolo istante felice vissuto in passato. Non farti sopraffare da queste orribili sensazioni. Non abbatterti. Prosegui la tua lotta. Sollevati dal fango; supera, come un impavido marinaio, le burrascose tempeste. I tuoi errori, così come i tuoi trionfi, saranno per te saggi e preziosi insegnamenti. Un giorno, se sarai forte,  uscirai dall’abisso del profondo oceano e riaffiorerai verso la luce. Un giorno, salvo come l’ultimo degli oppressi, risorgerai nella culla di un mondo nuovo.”

 

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