È per caso o c’è una conoscenza?

Da un’intervista a Carlo Dalla Costa:

Non c’è niente di peggio quando tu esci fuori dallo spazio in cui lavori e ti rendi conto che il mondo non è quello che tu hai dentro al teatro. È devastante questa cosa, cioè il teatro è bellissimo per alcuni aspetti, quando però ci lavori dieci ore, undici ore al giorno, esci da lì e ti rendi conto che la vita è diversa. Questa cosa è un po’ spiazzante perché è molto più forte la realtà. [Il teatro] ti costringe a vivere dentro una bolla, quindi nel momento che vivi dentro quella bolla, come appunto, sulla sedia, non ne esci, o comunque ne esci però vai sempre alla ricerca di quello [il teatro] perché lì stai bene, fuori [nella vita reale] hai tutti i problemi.

Il Signor C. _ Studio.

Una scena illuminata, con un attore immobile seduto su di una sedia bianca. Al buio in sala e al silenzio del pubblico segue uno “shhhh” precisissimo dell’attore e poi il buio totale. Quando in scena si riaccendono le luci non è cambiato nulla rispetto alla scena precedente, tranne che l’attore mangia caramelle e cerca di interloquire con la sala. Non ce la fa. Si accendono le luci in sala. Ce la fa: il pubblico saluta l’attore. L’attore, Carlo Dalla Costa, si presenta come Carlo e dichiara di non capire perché tutti lo chiamino C. . Dopo una breve polemica su questo fatto acconsente ad essere chiamato signor C., poi ci ripensa e toglie il “signore”. Resta C. per dar più confidenza al pubblico. Da qui in poi sarà, quasi per tutto il tempo dello spettacolo, un corpo a corpo con il proprio corpo, un lavoro di muscoli e nervi che inscenano un conflitto interno al corpo dell’attore che vorrebbe lasciare quella sedia ma non ci riesce, che anche quando finalmente ci riesce, e lo vediamo camminare sicuro sul palco regalandoci un attimo distensivo, infine ci ricasca seduto sopra anche se il vero finale resterà aperto: non sapremo mai se C. oltrepasserà una porta o se guarderà fuori da una finestra, perché il suo conflitto non è ancora sopito. Questo che è uno studio e su cui Carlo Dalla Costa potrebbe continuare a lavorare, stavolta desiderando di essere diretto da un regista, ha in sé rimandi ad un mondo, ad una cultura altra che è quella teatrale. Ma dall’intervista che ha accettato di rilasciare, l’attore-autore pare non saperne un gran ché di tale cultura almeno quando afferma che nel parlare di una porta o di una finestra intende proprio una porta e una finestra (non in senso figurato), almeno quando dice di aver scelto di inserire nello studio una chiamata dall’alto via telefono soltanto perché quella del telefono era una trovata simpatica. Spero che se un giorno approfondirà la questione, sempre che non l’abbia già fatto, gli vada tutto bene. La sua proposta è tuttavia interessante. Una proposta che parte da un vissuto personale ma che si apre su un’agentività che tenta di riunire o sancire un confine tra due parti: quella della professione attoriale; quella della quotidianità del sociale dal quale il teatro per essenza, se non per tematiche, è portato comunque a sospendersi.

Carlo Dalla Costa ha letto questa recensione e senza il suo lascia passare non l’avremmo pubblicata. Ha chiesto però di aggiungere una sua precisazione:

“Sulla cultura teatrale sinceramente sono in parte d’accordo visto che per me la cultura teatrale è qualcosa che non sempre deve essere esplicitata come un punto di forza, ma anzi attraverso questo si deve tornare alla semplicità e anche a trovare i modi che possano smorzare un tono troppo, a volte, serio e serioso”.

 

Maria Luisa Sementilli

Foto di: Stefano Magherini

Quasi quasi svenivo

 

 

Maryam 14/07/2017 Sansepolcro, kilowatfestival

Teatro delle Albe/Ermanna Montanari

testo Luca Doninelli

in scena Ermanna Montanari

musica Luigi Ceccarelli

regia del suono Marco Olivieri

disegno luci Francesco Catacchio

direzione tecnica Luca Fagioli

assistente spazio e costumi Roberto Magnani

consulenza e traduzione in arabo Tahar Lamri

in video Khadija Assoulaimani

voce e percussioni in audio Marzouk Mejri

realizzazione video Alessandro Renda

ideazione, spazio, costumi e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari

produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro

in collaborazione con Teatro de gli Incamminati/deSidera

Quarta parete velata da uno schermo retinato sul quale proiettare per lo più scritte, per lo più in arabo. Inizia e la scena viene disegnata da cornici di arabeschi in terra e sullo sfondo. Poi entra lei. Quattro i quadri: tre preghiere rivolte a Maryam ed il discorso di Maryam. Ci si aspettava una rivisitazione del mito di Maria in chiave mussulmana ed invece ecco in scena storie di donne mussulmane raccontate in prima persona a Maryam. Donne devote a Maryam straziate dal dolore per la perdita di una figlia, un fratello, un figlio. Tre donne. Tutte presentate dalla Montanari questa volta “sola” in scena, sulla destra, mentre a sinistra, sul fondo, lo spazio occupato dalla cornice di arabeschi cede il posto, tra la prima e la seconda preghiera, al volto di una donna col capo coperto. Non è una fotografia ma un video che riporta lo sbattere delle palpebre mentre le parole, come per magia, acquistano non credibilità, perché la credibilità di Ermanna Montanari è fuori discussione (capace com’è d’essere credibile anche quando indossa l’habitus di un devoto, cosa non facile a detta di un recentissimo Marco Baliani), ma umanità. E se fin qui la mente poteva anche vagare ecco che quel volto non ci può lasciare indifferenti al racconto. Un volto che ci fa immaginare le donne che raccontano frammenti della propria vita. E noi quella vita ce la immaginiamo, a teatro, ipnotizzati. Sì, perché quasi per l’intera durata di quello che è stato molto più di uno spettacolo, ma visti i pochi secondi di calo si potrebbe tranquillamente eliminare il quasi, in scena c’e un’attrice neanche trasfigurata, ma capace di ipnotizzare lo spettatore caricandosi di un’aurea che ci fa scordare di essere a teatro. Non vediamo più l’attrice, i suoi gesti, i suoi abiti di scena piuttosto quotidiani. Regna l’aurea, complice una musica araba o arabeggiante davvero coinvolgente. Un’ora che potrebbe non bastarvi e durante la quale può capitare di andare quasi in apnea, finché la spina dorsale si allunga e ci ricorda di respirare.

Maria Luisa Sementilli

 

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