La scimmia pensa, la scimmia fa di Chuch Palanhiuk: quando la realtà supera la fantasia

Il nome di Chuck Palahniuk è spesso associato al celebre best-seller Fight club, divenuto, nel 1999, anche un cult-movie dal titolo omonimo. L’esperienza dello scrittore americano, tuttavia, non deve – e non può – essere racchiusa in un’unica opera. Il talento letterario di Palahniuk, infatti, lo ritroviamo anche in altri suoi lavori come nel caso del saggio La Scimmia pensa, la scimmia fa. Dalla copertina del libro, confezionata da una splendida veste grafica in cui si vede una scimmia con in mano una pistola, rimaniamo colpiti, sin da subito, dal sottotitolo, ovvero, “Quando la realtà supera la fantasia”. Questa espressione, particolarmente acuta, mostra l’interesse dell’autore per la rappresentazione della realtà, elemento che traspare, in maniera del tutto cristallina, anche in Realtà e narrazione: una premessa prefazione scritta da Palahniuk in persona. Il saggio, composto da un totale di 23 racconti, è suddiviso in 3 differenti parti, intitolate, rispettivamente Insieme; Ritratti; Personale; ognuna delle quali caratterizzata da un taglio narrativo diverso. In Insieme, una raccolta di 9 racconti (Il festival del testicolo; La carne si produce qui; Voi siete qui; Demolizione; La mia vita da cane; Professioni di fede in pietra; Frontiere; Una lattina di carne umana; La signora), lo scrittore trae ispirazione dalle stravaganze dell’uomo contemporaneo. Ciò si può osservare, ad esempio, in Il festival del testicolo, narrazione di un bizzarro festival (appunto il “Testicle Festival”) svolto in una piccola cittadina del Montana; in Demolizione basato su un demolition derby con le mietitrebbie o in Professioni di fede in pietra in cui viene raccontata l’eccentrica passione di alcuni milionari americani diventati costruttori di castelli. In Ritratti, la seconda parte del saggio, troviamo, invece, una selezione di 7 racconti: Con parole sue; Perché non si muove; Non cerco Amy; Leggersi le carte; I bodhisattva; Errore umano; Egregio signor Levin,. In questo caso l’autore, attraverso l’espediente dell’intervista, delinea i profili di alcuni interessanti personaggi della società attuale. Questo è ciò che viene a compiersi in Perché non si muove, dove Andrew Sullivan, giornalista, scrittore inglese e attivista per i diritti degli omosessuali, espone alcuni momenti della sua vita o in Leggersi le carte, in cui la celebre rockstar Marylin Manson (pseudonimo di Brian Hugh Warner), mediante un’autolettura dei tarocchi, compie un percorso autobiografico e della sua personale esperienza artistica. Il saggio si conclude con Personale, sezione autobiografica e più intima, caratterizzata da 7 racconti: Accompagnatore; Quasi California; Lip Enhancer; La scimmia pensa, la scimmia fa; Camminare sul filo; Adesso ricordo ; Premi di consolazione. Tra i racconti da segnalare, in questa parte, emergono – senza ombra di dubbio –  Accompagnatore, descrizione accurata del tempo trascorso da Palanhiuk insieme ad un malato terminale e Quasi California, racconto tragicomico e grottesco, in cui lo scrittore narra di una sua infezione al cuoio capelluto poco prima dell’incontro con gli agenti della produzione del film Fight Club.

A questo punto, allora, la domanda che sorge spontanea è:« perché leggere La Scimmia pensa, la scimmia fa?» La risposta è semplice. Palanhiuk, attraverso un linguaggio innovativo, caratterizzato da uno stile crudo, asciutto e a tratti nichilista, ci conduce, mediante la sua dimensione minimalista, ad esplorare varie sfaccettature del genere umano. Lo scrittore ci presenta situazioni grottesche, assurde e tragicomiche, ribaltando, abilmente, il concetto di realtà ordinaria. La narrazione di eventi, talvolta anche banali, dunque, non sembrano stancare mai il lettore che, divertito, dalla narrazione di storie tratte esclusivamente dalla realtà, prova, nel momento della lettura, sensazioni di straordinario ed intenso stupore. Da leggere assolutamente.

 

Jes

 

anche in:

http://www.lettoriribelli.com/2017/08/la-scimmia-pensa-la-scimmia-fa.html

 

Monarch: l’inferno della tortura illustrato da Akab

 

Passeggiando in una libreria, in compagnia di Jun, rimaniamo affascinati, nella sezione dei libri illustrati, da un volume molto interessante intitolato Monarch. Il suo autore AKAB, nome d’arte di Gabriele di Benedetto, ci conduce mediante il suo disegno claustrofobico e tetro, verso i confini più oscuri della “natura” umana. Il tema principale di questo volume palindromo (cioè che presenta due punti di vista) è quello della tortura. L’emozionante, quanto suggestivo libro illustrato, ambientato negli Stati Uniti, trae ispirazione dalla ricerca denominata progetto MKULTRA, realmente esistita e condotta tra gli anni ‘50 e ‘70 dai servizi segreti statunitensi . Tale ricerca, realizzata in maniera illegale e clandestina, veniva effettuata su uomini e donne che, diventati veri e propri prigionieri, subivano ogni tipo di supplizio. Su di essi venivano sperimentate sostanze psicotrope ma anche metodi di deprivazione sensoriale, lobotomia ed elettroshock, abusi sessuali e verbali, volti al control mind, ovvero alla manipolazione della mente umana. L’orrore e l’atmosfera di sofferenza sono ben rappresentati da AKAB che si avvale del punto di vista della vittima (una donna) e di quello, del tutto differente, del carnefice che trovano espressione in due sezioni separate. Nel caso della parte dedicata alla donna, forse la più commovente, la prigioniera elabora 30 metodi per ritrovare la libertà perduta; in quella ispirata al carnefice, invece, quest’ultimo pensa a 30 metodi su come torturare e provocare sofferenza ad una persona. L’opera, ben curata anche nella sua veste grafica, presenta immagini e parole cariche di dolore, in cui lo stesso AKAB sembra rivivere in prima persona gli orrori e la sofferenza umana. In Monarch, l’equilibrio tra scrittura e disegno è ben dosato dall’artista che, attraverso questo volume edito nel 2013, dà vita ad un vero e proprio “capolavoro” denunciando le atrocità della tortura, un male che purtroppo ancora oggi continua a mietere vittime e atroci sofferenze in tutto il mondo.

Jes

©AkaB

http://mattatoio23.blogspot.it/

Le bellezze del mondo nella fotografia di Sebastião Salgado

 

Arrivato a Lisbona, in occasione di un breve viaggio compiuto due anni fa, il mio caro amico Matteo mi propone di accompagnarlo alla mostra di un fotografo brasiliano. Entriamo così alla Cordoaria Nacional, centro espositivo della capitale lusitana, dove ha luogo Genesis, progetto fotografico di Sebastião Salgado. L’esposizione, curata da Lélia Wanick Salgado (moglie dell’autore), si compone di 245 fotografie in bianco e nero, frutto dell’intensa attività del fotografo condotta in alcune delle aree più remote del pianeta, come i ghiacciai dell’Antartide, la taiga dell’Alaska, le montagne dell’America, del Cile e della Siberia, i deserti dell’America e dell’Africa, fino ad arrivare alle foreste tropicali di Congo, Amazzonia, Indonesia e Nuova Guinea. Le fotografie, realizzate tra il 2003 e il 2011, ritraggono, in tutta la loro bellezza, splendidi paesaggi naturalistici che, non ancora deturpati dalla presenza dell’uomo, diventano un vero e proprio manifesto in favore dell’ambiente, come dichiara, a proposito del suo lavoro, lo stesso autore: «Personalmente vedo questo progetto come un percorso potenziale verso la riscoperta del ruolo dell’uomo in natura. L’ho chiamato Genesi perché, per quanto possibile, desidero ritornare alle origini del pianeta: all’ aria, all’ acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita; alle specie animali che hanno resistito all’ addomesticamento e sono ancora “selvagge”; alle remote tribù dagli stili di vita “primitivi” e ancora incontaminati; agli esempi esistenti di forme primigenie di insediamenti e organizzazioni umane». Salgado, mediante immagini potenti e suggestive, incanta lo spettatore attraverso scenari di straordinaria bellezza, come nel caso dei territori dell’Antartide, della Patagonia e dell’Alaska, dipinte dal bianco freddo dei ghiacciai, dalle tonalità grigiastre dei monti e dalle increspature scure dell’oceano. Lo splendore della natura paesaggistica, in diversi casi, è equilibrata dalla presenza di vari animali, come si vede, ad esempio, da un gruppo di pinguini che si tuffano da un pendio ghiacciato verso le profondità del mare; dalle code di balene che fuoriescono, come delle sirene, dall’acqua; dalle immense distese di foche che posano su territori aspri e rocciosi oppure dei gabbiani in volo o posati sul ciglio di una montagna.

Jes


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@Sebastião Salgado

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