Ombre (parte 6)

Tra sentieri oscuri e macerie, come un fantasma, vago in questa prigione a cielo aperto. La nebbia, con il suo manto bianco, trasforma il paesaggio in un deserto surreale. Da lontano sembrano giungere dei passi. È possibile che esistono altri prigionieri? Sono davvero solo dentro al labirinto? Una strana angoscia inizia a divorarmi l’anima. Tra le onde di questo bianco mare, nel caos calmo del silenzio, mi fermo e, con dei rami  raccolti nei giorni scorsi, accendo un fuoco. Lentamente le fiamme divampano emanando un piacevole calore. Assopito in un torpore mi avvolgo dentro una coperta. Chiudo, devastato dalla stanchezza, i miei occhi neri e cado in un sonno profondo. Divento trasmissione onirica e, con lo spirito, abbandono la dimensione spazio-tempo.

Intorno a me, tra le luci natalizie, lo shopping e il consumismo sfrenato occidentale, una violenta massa di uomini vestiti in nero, armati di spranghe e bastoni, marciano nella città. La figurina di una bambina, trucidata barbaramente in un campo di sterminio, indossa, come una figurina Panini qualunque, una maglia giallorossa della Roma divenendo un macabro sticker da stadio. Nostalgiche canaglie, vestite in nero, fieri e orgogliosi, organizzano un revival della marcia su Roma. La decadente militanza fascista striscia tra le strade: la detesti nel passante il quale, ad uomo che prova a vendere Lotta comunista,  risponde con insensato orgoglio:<<sono fascista >>; la temi  mentre si brinda con calici di spumante per festeggiare il capodanno, in una camera dei carabinieri – una delle tante – dove sul muro è appesa una bandiera dalla chiara simbologia nazista; la odi negli orribili assalti squadristi a sedi di giornali e campi per rifugiati.

Lentamente una marea nera, viscida e vischiosa come il petrolio finito in mare, sembra essere stata trascinata, con ripugnante forza, in direzione delle sponde. Persone, come gabbiani e pesci, rimangono, inconsapevolmente, intrappolati nell’oleoso e maleodorante fango nero. Viviamo quotidianamente in una società degradata ma tranquilli abbassiamo la testa e, imperterriti, vaghiamo come fantasmi, soli e perduti, nel labirinto urbano.

Intorpidito e con l’amaro in bocca mi sveglio. Il fuoco è spento. Sopra la mia testa nuvole scure avanzano con la loro ombra minacciosa che si protrae sui monti ad est. Una tempesta violenta, carica di fulmini e pioggia, si abbatterà sulla calda terra. Un giorno, forse, tornerà il sole caldo del tramonto, rosso come un’arancia, pronto a dipingere il mare. Un giorno, forse, quando il letargo umano avrà fine, quando l’odio si sarà placato, ritorneranno le rondini in cielo ad annunciare, con il loro canto, l’avvento di una nuova piacevole primavera.

 

Come tutto ebbe inizio (parte 5)

In un bellissimo giorno di maggio, io e Penelope, dall’alto di un monte, ammiravamo l’affascinante dipinto che si proiettava sotto i nostri piedi: il blu ondeggiante del mare, accarezzato da una piacevole brezza, si alternava a sfumature di verde e di giallo tipiche della vegetazione mediterranea. Penelope, in abito bianco, bellissima come sempre, mi raccontava – illuminata dal suo  consueto sorriso radioso – storie e leggende giunte da lontano. Dal mare intanto, proprio dinanzi ai nostri occhi, una scena agghiacciante: decine di navi da guerra erano quasi giunte in città. Gli abitanti, impreparati e colti dal panico, iniziavano, come atomi, a balzare in tutte le direzioni. Anche noi eravamo stati travolti dal medesimo maremoto emozionionale, quando, improvvisamente, un gruppo di soldati ci aveva circondato. Disarmati non avevamo più alcuna via d’uscita. Decine di uomini si scagliarono immediatamente contro di noi: Una foresta di mani taglienti, fitte e intrecciate come l’edera attaccata sui muri, mi avevano strappato dalle braccia del mio amore. Mi avevano sradicato da lei. Penelope in lacrime, disperata, gridava a squarciagola pronunciando il mio nome; io, inutilmente, provavo a dimenarmi. contro la mia volontà, prigioniero dell’esercito nemico, ero stato condotto verso una delle loro navi. Insieme ad altri prigionieri venimmo gettati – come spazzatura contenuta in un sacco di canapa – nella stiva della poderosa imbarcazione. tra il puzzo di sudore e vomito, in balìa delle onde, nessuno sapeva dove ci stavano portando. Dopo diversi giorni di viaggio – davvero non saprei dire quanti – giungemmo a destinazione.  Ad attendere noi, miseri schiavi di una violenta guerra fratricida, un’oscura e squallida prigione.

∗∗∗

I giorni trascorrevano lenti. Il freddo umido del carcere, penetrato fin dentro le ossa, stava indebolendo il mio corpo. Venivamo nutriti con del cibo rancido ma, per fortuna, eravamo ancora vivi.  Monotone, come il ticchettio provocato da una goccia d’acqua che si schianta al suolo, continuavano a passare le settimane. Io, nella solitudine più totale, al buio, privo di luce e di speranza, mi ero ormai arreso davanti alla devastante sciagura del mio destino. Ripiegato in un corpo irriconoscibile, segnato dalle sofferenze, giorno dopo giorno, abbandonavo la vita per abbracciare la morte. Quest’ultima, però, per mia fortuna, doveva ancora attendere. Un giorno, In un tiepido mattino primaverile, illuminato dal cinguettio delle rondini, alcuni soldati aprirono la mia cella. Mi legarono ai polsi e mi condussero in direzione di un carro. Al suo interno, sorvegliato dalle guardie, rivolgevo i miei pensieri a Penelope, alla mia gente ed al triste futuro che attendeva l’umanità intera.  Dopo diverse ore di viaggio, completamente bendato e privo di ogni punto di riferimento, eravamo giunti alla nostra meta. Il luogotenente, tirandomi prepotentemente dal braccio, dopo avermi sfilato la benda e slegato i polsi dalle corde, mi spinse a terra con un calcio ben assestato sulla schiena. Mi trascinò con forza all’interno di una struttura  straordinaria; mi spinse tra i rami di un infinito labirinto. Privandomi di possibili vie d’uscita, prima di andare via, mi disse :

” Ecco a te uomo. Ecco a te, valoroso nemico, quello che cercavi. Il tuo destino è nelle tue mani. La salvezza – quella che tu chiami libertà – la troverai solo oltre le pareti del labirinto. A volte, sembrandoti di morire, temerai la paura ed il dolore causato dalla solitudine e dal disorientamento; in altri casi, invece, ricorderai, con nostalgica malinconia, ogni singolo istante felice vissuto in passato. Non farti sopraffare da queste orribili sensazioni. Non abbatterti. Prosegui la tua lotta. Sollevati dal fango; supera, come un impavido marinaio, le burrascose tempeste. I tuoi errori, così come i tuoi trionfi, saranno per te saggi e preziosi insegnamenti. Un giorno, se sarai forte,  uscirai dall’abisso del profondo oceano e riaffiorerai verso la luce. Un giorno, salvo come l’ultimo degli oppressi, risorgerai nella culla di un mondo nuovo.”

 

Esiste davvero una via d’uscita? (parte 4)

È giunta l’ora del tramonto: Il sole d’arancio, ancora sospeso nel cielo, è pronto a calare il sipario per far posto alla luna, bellissima, circondata da una miriade di luminose stelle. La luce di un acceso color vermiglio, intanto, si riflette tra le onde del fiume che ora, incanalato tra immense rocce, scorre rapido ed impetuoso. Mi muovo, perciò, tra le rive del corso d’acqua costellate di pietre e sassi. Ho finalmente trovato la via d’uscita dal labirinto? Purtroppo -dannazione – ancora non posso saperlo. L’unico modo per scoprirlo è quello di proseguire il cammino. Ad un passo dalla morte, almeno fino a qualche ora fa, non avrei mai immaginato di essere ancora qui. I sandali in cuoio, legati intorno alle caviglie, continuano, forti e resistenti, a supportare il peso del mio corpo e ad accompagnarmi verso una nuova e oscura meta. Isolato, solo uomo nel labirinto, lascio – come spesso accade – allontanare la mia anima verso i remoti porti del pensiero. Al timone di una voluminosa imbarcazione in legno, scosso dalle vertiginose onde mosse dalla tempesta, mi sento naufragare, quasi affogare, nell’immenso mare. Risucchiato – mentalmente parlando – da un buco nero, vengo letteralmente trascinato fuori dalla mia dimensione spazio temporale. In aria, nel silenzioso e immenso spazio, come un astronauta, osservo una meravigliosa sfera blu che, attraverso la magia della gravità, resta sospesa. Quel bellissimo dipinto d’oceano e immense distese di terra, consegnato, non si sa per quale ragione e logica matematica, alla mercé di esseri piccoli e insignificanti, viene quotidianamente devastato. Boschi e foreste, un tempo regno di nani, elfi, fate, spiriti e altre straordinarie creature, viene dato alle fiamme da spregevoli mani umane. Un coniglio, circondato dalle fiamme, prova a muoversi, con la morte di fronte ai suoi piccoli occhi neri, in tutte le direzioni per trovare una via d’uscita; alberi, aggrappati alla terra da radici secolari, esausti, crollano al suolo; miriadi di insetti, tra i primi abitanti di questo mondo, si dissolvono, ustionati, nel rogo; respiri di verde si trasformano, ora, in orribili cimiteri neri e desolati deserti di cenere e carbone, propagano, a causa del vento, un odore amaro di morte che penetra, intossicandoci, fino alle nostre narici. Nella notte, intanto, un banco di fumo si muove, minaccioso, dalle montagne, segnale di una nuova orribile devastazione. Dall’alto gli elicotteri – sempre troppo pochi – riversano, invano, centinaia di litri di acqua, provando a limitare i danni. I criminali del fuoco intanto, coloro che si macchiano del sangue rosso della terra, freddi e cinici, camminano per la strada, ballano i tormentoni estivi latini americani nelle balere, tuffano le loro ripugnanti pance nell’acqua marina,  squallidi ed omertosi nel loro orribile e assordante silenzio. Schiavi del dio denaro, mostri – schifosi mostri – cospargono disgustosa benzina tra frutti di bosco, rovi e profumate piante di menta e origano. Codesti uomini – se così davvero possono essere chiamati – traditori della Madre terra, pregustano, in un futuro, colate melmose di cemento, per strutture private o aree adibite a discariche.

Arrabbiato, disgustato e nauseato, dopo aver percorso diverse miglia, salgo su una collina verde. Poco più in là, proprio davanti ai miei occhi, ecco, nuovamente, l’intrecciarsi delle pareti del dedalo. Sconfortato, per le tragiche sorti della mia terra e per il mio avverso destino, riportato immediatamente alla mia triste e avversa condizione, con un velo di malinconia, mi domando:<<esiste davvero una via d’uscita?>

 

Segnali di vita (parte 3)

In affanno, inseguito da una bestia feroce, sudato a causa dell’afa atroce, continuo a udire intorno a me ululati e mostruosi versi. In preda al panico, con le pupille spalancate, avanzo privo di alcun destino. Provo, accelerando il passo, ad allontanarmi da questa orribile e violenta fiera bramosa della mia carne. In corsa, colto di sorpresa, una treccia a forma di radice mi tiene un’imboscata: inciampo. Dolorante al ginocchio, dal quale fuoriesce un rivolo di sangue, proseguo con tutta la forza a correre. Lontano dalle artificiali ed alte pareti del labirinto, in un sentiero ricco di verdi piante, continuo a udire i passi dell’animale che ora sembrano essere sempre più vicini. Agitato non oso ancora voltarmi indietro per paura di ritrovarmi faccia a faccia con la feroce bestia. All’improvviso, colto da un brivido freddo, mi fermo. Mi volto. Eccola. Di fronte a me un esemplare di tigre: elegante e maestosa, con occhi neri e pelle raffinata, mi osserva. Entrambi siamo pietrificati. Ho smesso di correre. Decido, ormai prossimo alla morte, di affrontarla. L’animale famelico, intanto, inizia a muoversi con un passo apparentemente lento ma – dentro al mio cuore – so già che è pronta all’agguato. La tigre con i suoi occhi feroci accelera repentinamente e con uno slancio si getta nella mia direzione. Istintivamente, in intensi attimi di panico, raccolgo un pesante sasso colpendo l’animale con forza sulla testa. Il felino, allora, durante il salto, crolla a terra e, dopo altri violenti colpi sul suo capo, si accascia definitivamente al suolo. Conscio, e allo stesso tempo triste, di aver ucciso un altro essere vivente, consapevole della necessità del gesto, mi sdraio poco distante dal povero animale. Sono esausto. Circondato da pietre e immense rocce, segno del lento scorrere del tempo, ai miei occhi, umidi per le calde lacrime, si rivela il corso di un fiume. Stanco, ma comunque ancora in piedi, mi dirigo in direzione del corso d’acqua. Mi sento come svenire. Colto da un atroce senso di fame, debolezza e da orribili capogiri decido di proseguire, nonostante la mia condizione avversa, in direzione del torrente dall’acqua cristallina. Nessuna via d’uscita. Non mi resta che percorrere le rapide di quello splendido torrente. Affronto, con cautela ogni passaggio. L’acqua gelida penetra tra le finissime insenature di lana dei miei abiti causandomi un forte senso di freddo e sofferenza. Dopo diversi metri percorsi a nuoto ecco all’orizzonte una via d’uscita: una spiaggia, riscaldata dalla luce solare, sembra essere nuovamente pronta ad accogliermi. A stento mi muovo in quel verso e, tolti gli abiti, ormai bagnati, mi poso sulla sabbia. Fermo e stanco, tra le dune dorate, conduco la mia mente in un viaggio nel tempo: ora nel furore atroce della guerra tra antichi e contemporanei  cavalieri abbandonati al loro intrepido destino; ora tra i corpi agonizzanti e le grida di orrore di Hiroshima e Nagasaki; ora scaraventato al suolo, spappolato in mille pezzi, dopo il boato di una bomba. Intanto, con il cuore colmo di sofferenza, per la terribile esperienza odierna e per le atrocità della storia umana, dirigo il mio sguardo, soffocando il dolore, verso l’acqua color smeraldo. Dentro il liquido trasparente, nella corrente, girini neri, in centinaia, ondeggiano spensierati intorno alle rocce. In essi rivedo lo spermatozoo bianco quale un tempo ero; percepisco il dualismo innegabile tra essere e non essere; rifletto sulla mia condizione. In un solo istante, come in un rapido battito d’ali di farfalla, avverto, come un’ape posata su un fiore, il fluire e l’essenza delle cose; in un solo istante, intensa, la rivelazione della mia esistenza .

Penelope (parte 2)

 

 

Bagnato dal chiarore della luna, tra le onde del labirinto, proseguo inesorabilmente il mio cammino. Penelope, considerevolmente lontana – Diavolo se è lontana – veglia su di me e attende, con ansia, il mio ritorno. Spinto verso porti lontani, proprio come il leggendario Ulisse, muovo il passo tra le pareti coperte di muschio e di infinita altezza del dedalo. Trascorro in solitudine, con i crampi allo stomaco per la fame, la routine quotidiana. Presto – terribilmente presto – apro gli occhi dopo un breve ed intenso sonno. Al di là dei confini fisici e cronologici del labirinto, intanto, durante la lunga attesa di Penelope per il ritorno del suo amato, il fragile pianeta terra continua ad essere dilaniato. Uomini in nero, al grido di Allah akbar, colmi di odio, rancore e rabbia, attuano la loro orribile vendetta contro le violenze – altrettanto vigliacche – perpetrate dall’Occidente. La sorte di milioni di uomini, come in un gioco di dadi o in una roulette russa, è nelle mani di poche persone al comando, un vero e proprio manipolo di banditi. Il mondo, nel frattempo, compie la sua consueta rotazione volgendosi, egoisticamente, dall’altra parte. Spesso, sin dai nostri primi anni di vita, ci dicono di essere una specie animale superiore alle altre poiché dotati di intelligenza. Cazzate! L’uomo, se ci pensiamo, è l’unico essere vivente a perpetrare, in maniera sistematica ed organizzata, il massacro dei propri simili. Le nostre nazioni, dei veri e propri fazzoletti di terra immaginari, guidate da leader politici – se così possono definirsi – spendono, ogni anno, montagne di soldi per l’acquisto di armi e in campagne militari promuovendo morte e sangue. Intere classi politiche, o almeno una buona parte di esse, preferiscono cacciabombardieri alla vita umana che si riversa, tragicamente, tra le acque del Mediterraneo; carri armati alla cura di terribili malattie; mitraglie ed ordigni al servizio sanitario. Gettati in pasto ai cani, scuoiati da macellai, scaraventati tra le rotaie rapide di una sotterranea linea metropolitana, viviamo in un mondo terribile, spietato e ricco di contraddizioni. Lungo una strada è esposto, per fini pubblicitari, il seno fiero di un’avvenente modella mentre, in basso ad esso, una prostituta, riparata dal caldo da un ombrello, in abiti provocanti, vende il suo sesso per cercare di sopravvivere. Frutti profumati, nati dalla calda e prosperosa terra, vengono raccolti, in cambio di una misera ed umiliante paga, dalle mani di poveri uomini che, giornalmente, rischiano di cadere al suolo tramortiti dallo sforzo. Tra cavi elettrici, ponti autostradali e fabbriche, umili lavoratori, senza alcun preavviso, privi delle condizioni adeguate di sicurezza, con un ultimo grido di dolore, salutano questa vita.
Eppure Penelope, lontana migliaia di kilometri dal suo amato e dalle sofferenze della vita, intenta a lavorare una tela, protegge in grembo, con straordinario amore femminile, un altro essere. Eppure posa le sue mani su una preziosa collina di pelle unendosi, in un amorevole e forte abbraccio, ad una nuova vita pronta a sbocciare. Eppure, distesa sul letto, bagnata dalle onde chiare della luna, con voce d’incanto, intona per il suo piccolo una piacevole nenia sovrapponendosi, per un intenso ed eterno istante, alla barbarie dell’uomo moderno.

In Cammino (parte 1)

Proseguo, ormai da giorni, il mio viaggio solitario tra gli infiniti petali del dedalo. Lo spazio intorno al quale mi muovo diventa il centro della mia meditazione. Adesso non provo più ad arrampicarmi sulle pareti e neppure a cercare una via d’uscita. Percorro serenamente, senza alcuna disperazione, i sentieri intricati del labirinto. Cerco rifugio nel mio “io” più intimo al fine di arrivare, come ci insegna Socrate, ad una sua maggiore conoscenza di se stessi e del mondo circostante. Esule dalla mia terra, naufrago tra i concatenati rami di questa struttura, trovo riparo nel tempio del mio pensiero. Rifletto sulla mia condizione. Perduto tra queste mura mi sento comunque vivo. Il mio cuore, puntuale come un orologio svizzero, continua a contrarsi ogni secondo spingendo il sangue, linfa vitale, in tutte le zone del mio corpo. Ogni organo, come un’orchestra sinfonica, esegue un’armoniosa melodia. Ogni istante è prezioso. Ogni singolo attimo deve essere vissuto intensamente per abbattere la fugacità del tempo. La nostra esistenza, così infinitamente piccola rispetto l’eterno universo, è un dono straordinariamente grande. È necessario affinare la vista per ammirare il lento e operoso passo della formica e, allo stesso tempo, espandere i nostri sensi oltre il cielo azzurro e aprirsi totalmente a ciò che si muove al di là delle stelle.

L’uomo del mio tempo, invece, ignora tutto questo. Preferisce l’individualità alla collettività, il potere all’equilibrio, la guerra alla pace, la morte alla vita. In qualche modo egli compie un vero e proprio atto di cannibalismo a discapito dei propri simili. Il più forte si impone, furoreggiando con mani colme di sangue, contro il più debole che muore per le ferite a lui inflitte. I politici, quasi la maggior parte, sembrano essersi trasformati in avvoltoi pronti ad agire contro qualsiasi cosa pur di soddisfare il loro ego e rafforzare il proprio potere. Prendiamone atto. Sviluppiamo la nostra coscienza aprendola all’universo. Risvegliamo i nostri sensi. Abbattiamo i nostri stessi confini. Ritroviamo noi stessi.

Assorto in questi pensieri, come fuori da qualsiasi luogo fisico, lentamente e nella calma più totale, riprendo coscienza di me e del luogo nel quale mi trovo. Apro allora il mio zaino. Prendo il carboncino e inizio a scrivere sul muro compiendo una sorta di gesto rituale. Finito ciò riprendo il mio cammino e, ad alta voce, ripeto quanto appena scritto. Come un mantra tali parole galleggiano tra le onde e si sospendono tra le correnti marine librandosi, lungo tutto l’universo, in codesto armonioso canto:

Quando il potere dell’amore supererà l’amore per il potere si avrà la pace.

 

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