Don’t worry

I flash dei fotografi, il lamento rauco delle giovani donne, gli sbuffi delle onde sulla banchina affollata, l’odore acre degli scarichi delle navi, la luna riflessa nel mare increspato all’orizzonte, pallida per la nausea. I miei occhi abbagliati dalla luce della lampada sopra la barella, la corsa in ospedale, il forte bruciore al petto, le voci dei paramedici, la sensazione di aver ingerito un intero sacchetto di sale dal naso.
Questa dannata maschera per l’ossigeno non serve a un bel niente! Ehi dico a voi. Ho la gola in fiamme, datemi dell’acqua… magari senza sale però. Ma con chi sto parlando! È chiaro, se ne fregano, mi porteranno in ospedale e una volta guarito mi ributteranno in mare. Un viaggio a vuoto penserà mia madre, uno spreco di tempo dirà mio padre, potevamo restare a giocare sulla sabbia protesterà mia sorella. Sempre con quei castelli che il vento del deserto si porta via!
Ehi, ehi, andateci piano con i miei occhi e non puntatemi quel faretto fosforescente nelle pupille, non sono mica cieco. Ho solo perso un po’ di sensibilità alle mani e la fame di tutti questi giorni trascorsi in mare è svanita di botto. Chissà, forse ho ingerito un astice mentre venivo a riva a nuoto, o un marlin come quello dello sfortunato pescatore di Hemingway. Ad ogni modo me ne starò qui buono mentre mia madre finisce di apparecchiare in tavola e mio padre torna da lavoro con le tasche vuote e la pancia gonfia dalla rabbia. Mio nonno allora, vedendo la faccia del figlio ingegnere costretto a lavorare per due spicci, dirà che la colpa è tutta di quelli che vennero a prendersi la terra, a costruire le aziende con nomi stranieri e a portare disordine e scompiglio tra la brava gente. Ma il mondo va così: a me hanno insegnato a sorridere e a ringraziare per quel poco che ho, dimenticando il passato e sperando nel futuro.
Sì ma questi mi hanno lasciato da solo. E poi in che razza di posto mi trovo, questo non è un ospedale. Sembra più un ripostiglio. Va be’ sempre meglio dei nostri che quando non sono rasi al suolo da un missile sono pieni di spifferi nei muri. Diavolo, parlo proprio come mio nonno! Anche se qui si inizia a gelare. Deve essere il condizionatore. Be’ capisco che è estate, ma poi non vi lamentate se emigrano anche i pinguini!
Ok, fa nulla, scenderò in strada a dare due calci al pallone e mi riscalderò, con questo sole oggi potrei cuocerci le uova. Se non fosse per questi maledetti aerei militari gli uccelli si poserebbero sui tetti delle case, le ragazze si affaccerebbero alle finestre e io farei molti più palleggi.
Ma guarda, dalla spiaggia arriva mia sorella col suo secchiello. E c’è anche mia madre, e mio padre! Si tengono per mano, mio padre ha il viso rilassato (si vede che gli hanno pagato gli straordinari!), mia madre indica verso il cielo: che fico! gli aerei sono scomparsi. Al loro posto ci sono di nuovo gli uccelli, i castelli di sabbia di mia sorella, le palme zeppe di datteri maturi, le Artemisie rigogliose, mio nonno che sbuffa sorridente, le ragazze che amo e che amerò come si fa con una cosa tanto desiderata e mai conosciuta.
Credo che ci siamo: il viaggio è quasi finito, la luna ha vomitato e la notte ci avvolge con delle note mica male.
“Don’t worry about a thing
Cause every little thing gonna be alright”

Be’ che ne dite, non male uscire di scena con Bob Marley no?! Almeno a me è andata bene, a sedici anni ci sono arrivato.
“Don’t worry about a thing
Cause every little thing gonna be alright”

 

Marco Mitidieri

Illustrazione di: Francesca Rosa

Mc Donald’s Corporation

Colto da un intensa sensazione di fame mi avvicino all’ingresso del Mc Donald’s. La porta in vetro, segnata da un’impronta di unto, mi conduce verso il bancone dove uomini e donne, distinti da camicie bianche e pantaloni marroni, si danno da fare – il più velocemente possibile – per servire la clientela. Le persone in fila, influenzate da immagini luminose ed artificiali, aspettano con ansia il cibo pregustando, mentalmente, il loro junk-food. Nella cucina, intanto, gli impiegati, contrassegnati da un berretto con il logo Mc in giallo, svelti conducono le loro mansioni quotidiane: il ragazzo di colore immerge nello stesso olio di 4 ore prima finissime stecche di patate surgelate; poco distante una donna robusta impacchetta, in una seducente cartoncino bianco, blu e rosso, gli hamburger che, pronti per essere consumati, vengono disposti su una piattaforma metallica. Il direttore, nel frattempo, nella parte più lontana della cucina, chiama in disparte un impiegato suggerendogli di svolgere il servizio più celermente. Tutto si svolge come di consueto: le macchine del gelato si svuotano di crema bianca posata su coni dal design impeccabile; la cameriera prende il panino e scherza con la sua collega; la donna alla cassa maneggia banconote e batte il conto:<<8 euro e sessanta. Vuole delle salse?>>. Alle mie spalle, intanto, un gruppo di turiste americane, con dei voluminosi zaini da viaggio, scherzano e ridono. Sulla destra, invece, una famiglia, seduta su un piccolo tavolino nero, nel classico stile minimal – particolarmente apprezzato dalla multinazionale americana – divorano voracemente i loro menù. Disorientato in fila, proprio come me, un bambino in lacrime, reclama il suo happy meal, mentre io, al centro del locale, in attesa di consumare il mio dannato panino, presto attenzione ad ogni minimo particolare. Finalmente arriva il mio turno. Ordino un Big-tasty per colmare il mio senso di fame. Alla cassa ecco l’uomo che poco tempo prima immergeva le patatine nella friggitrice. Freddo e imperturbabile, batte il conto. Provo a scambiare due chiacchiere con lui ma vengo del tutto ignorato. Il povero uomo ha fretta; c’è ancora troppa clientela da servire. Prendo il mio menù e mi muovo alla ricerca di un posto a sedere. Sulla mia destra, sopra un tavolo nero, un uomo divora, circondato da un mare di patatine cascate sul vassoio, il suo hamburger. Al suo fianco una donna, probabilmente la moglie, mangia la sua insalata evitando, così, di accumulare troppe calorie. Trovo finalmente il posto. Mi siedo. Ho fame. Prendo allora, in tutta fretta, il panino e con grossi morsi comincio ad ingurgitarlo. Le salse contenute nel mio gustoso junk-burger si impiastricciano sulle mie guance, con la mano sinistra, invece, anch’essa appiccicosa, prendo una manciata di patatine. A pochi metri di distanza, intanto, un addetto alle pulizie, quasi certamente di origine indiana, in tutta la sua umiltà, pulisce tavoli e getta in un cassonetto dell’immondizia gli scarti di qualche mangiatore compulsivo. In pochi minuti, dopo aver divorato il cibo, con le mani ancora sudicie di salsa barbecue e senape, prendo il cilindro bianco della coca-cola ed inizio a berla. Qualche tavolo più in là alcuni ragazzi, finito il pasto, perduti ormai in universi paralleli, si abbandonano ai luminescenti schermi dei loro I-phone. Altri, invece, terminato il loro pranzo, chiacchierano e ridono tra loro. Nel  frattempo, nel corridoio, una donna in vistose difficoltà – probabilmente di origine Rom – si avvicina ai tavoli alla ricerca di cibo o qualche spiccio. Le persone sedute a pranzo, come ipnotizzate dal proprio Mc-food, non le prestano attenzione. Alcuni non si degnano nemmeno di alzare lo sguardo verso di lei; altri, invece, Infastiditi, lanciano occhiatacce e ingiuriano la povera donna indifesa. La donna, distante da me, delusa dall’egoismo umano, esce sconsolata e sconfitta dal fast-food. Anch’io, nel frattempo, concluso il mio pasto, mi dirigo all’uscita. All’esterno del locale una folata di vento muove qualcosa che si schianta sul mio viso. Repentino raccolgo l’oggetto: una cartolina. Al centro del foglio plastificato la foto di un bambino africano denutrito viene usata per promuovere la ricerca di fondi in favore delle popolazioni africane in difficoltà. Colpito – metaforicamente parlando – da un diretto di un boxeur, vengo scaraventato a terra e ricondotto alla triste e raccapricciante realtà contemporanea. Il manifesto atroce della disuguaglianza sociale che affligge il mondo si materializza negli occhi neri di un bambino denutrito. Il suo sguardo, triste, malinconico e scavato dalla morte,  continua a fissarmi e ad osservare disgustato, all’interno del fast-food, decine di persone ingorde e soddisfatte nei loro vassoi stracolmi di cibo: tutti sorridenti, indifferenti e cinici, con la saliva che gli penzola dalla bocca, continuano a mangiare ferocemente hamburger e patatine.

A.G.

 

Prove d’esistenza

Ida
Sogna il mare che la cullò
in fasce di lino bianche
Ricorda la ruvidezza delle pietre joniche
che la levigarono
quando l’amor di giovinezza
le dava un sorriso di libertà
Scuote i suoi occhi al cielo
alternando preghiere e bestemmie
Ed è Madre
Ed è sola
Arrotola le dita e ne fa pugni innervati
Gli alberi aggraziati
soffiano un vento che non è più
e mi racconta di un tempo che più non le appartiene
Coi suoi occhi illacrimati se ne va
fischiando un motivo che la illude d’essere
Sfollata rastrella la sua ultima stagione
Ramificazione d’illusioni

Nascita
Queste quattro ali di fumo
m’annebbiano e mi cancellano

Fuori riposa come una dama
in un caldo abbraccio di stelle
una luna d’azzurr’oro dipinta
Due amanti si raccontano
e si lasciano scivolare addosso
sulla loro pelle la notte
Avranno amore da scambiarsi
I loro sessi si confonderanno
l’uno nell’altro come versi
d’una poesia che non ha fine

E sarà giorno ed io scoprirò
la mia assenza

Divenire
Mi trasmuto
in gocciole
di pioggia
Come pianto
dal cielo
vengo giù

Divenire
donando al sole
i mie specchi

Arcobaleno

La notte si dipinge
La notte si dipinge
d’invisibili sguardi
La luna divora
sogni estremi
Lenzuola calde
d’amore
Silenziosi sorseggi
di speranze
Un sussulto
per dirsi addio
Il domani
che tarda ad arrivare

Lama di verso
Lama di verso
Un seme
un fiore
un frutto
Un seme
Il nulla
La tua esistenza è assenza

Mancanza
Tu non sai che la tua mancanza

Dacché l’uomo è nulla che si soffre
La sua pienezza è nel vuoto rimastogli

Quieto vento
Quieto vento

Notte d’estate

Mi accarezzo
in silenzio
l’anima

In questo trambusto
di stelle
nasce la luna
ed io fuggo
oltre il disfacimento
del cielo

 

Francesco Cavallo

 

Nell’indifferenza più totale

Dopo 12 ore di lavoro, stanco morto, mi dirigo verso la stazione per prendere il treno. Arrivato a Santa Maria Novella, rincoglionito come un’astronauta di ritorno dalla sua prima missione su Marte, perduto nello schermo digitale del mio cellulare, mi scontro, violentemente, con un uomo alto e possente: << Oh cazzo! è un militare>>. Armato fino al midollo – aveva addirittura un apparecchio dentale – il soldato mi punta direttamente, senza fare tanti complimenti, la sua mitraglia in faccia e, con una voce decisa e allo stesso tempo distorta, a causa del ferro spinato al confine tra i suoi denti e le sue labbra, mi dice:<<Algzi Lle manri>>. Immobile ed in preda ad un terribile shock, alzo le
mani. A due passi dalla canna nera di un’arma da fuoco, puntata in direzione della mia testa, sudo vistosamente inzuppando la t-shirt.
L’agente, intanto, dopo essersi immediatamente reso conto della mia collaborazione, anche lui sottoposto a stress, mi chiede:<<come ti chiami?>>. Rispondo così, con il mio accento arabo, proferendo il mio nome e, dopo aver ottenuto il suo permesso, consegno il mio documento. Il militare, accompagnato da un suo collega, dopo aver letto e verificato i dati contenuti sul mio permesso di soggiorno, come se nulla fosse accaduto, abbassa la mitraglia e, chiedendomi scusa, mi lascia lì, circondato dagli sguardi di terrore, ansia e odio della gente in transito vicino ai binari. Il mio corpo, in preda alla paura, continua a grondare sudore che, nella veste di gocce, scivola sulla mia schiena, provocando in me un leggero, quanto intenso, brivido di freddo. Anche il cuore batte tremendamente forte e le gambe, piegate da un’orribile sensazione di stanchezza, sembrano cedere. Le persone intorno a me, restìe a dimenticare l’accaduto, continuano ad osservarmi. Inconsapevoli della gaffe degli uomini in divisa, i loro sguardi impauriti e colmi di domande, dubbi e giudizi sembrano trasformarsi in pugnali ardenti che si conficcano nel mio cuore. Decido di non curarmene. Mi dirigo perciò verso il binario in attesa del treno che mi avrebbe accompagnato a casa da mia moglie e i miei bambini. Alle 22.30, Ancora circondato dagli sguardi dei passanti, una voce registrata annuncia il ritardo di un’ora del mio treno. Solo, spaventato e con un’intensa sensazione di fame, dopo aver timbrato il mio biglietto, mi siedo su una panchina ad attendere quel dannato mezzo di trasporto. Finalmente arriva. Entro e, senza curarmene, mi dirigo verso il vagone più vicino posandomi sul primo sedile sulla sinistra. Inizio così a leggere un libro. All’improvviso vengo interrotto da una voce:<<biglietto prego>>. Mostro il biglietto al controllore che subito dopo con voce seria e decisa mi dice:<<Siamo in prima classe e lei ha un biglietto per la seconda>>. Mortificato allora rispondo:<<mi dispiace. Ora mi sposto in seconda classe>>. L’uomo delle F.s non ne vuole sapere allora, impassibile, mi dice :<<Non è possibile. Deve pagare una multa di 80 euro>>. Innervosito, vivo a stento con evidenti problemi finanziari, non ho voglia di consegnare la mia paga quotidiana in favore di una compagnia perennemente in ritardo, inizio perciò a giustificarmi in maniera un po’ più animata ma sempre con gentilezza:<<mi dispiace. Guardi mi sposto subito>>. Il controllore non ammette alcuna replica. Arrabbiato comincio ad urlare e ad andare su di giri. Intanto la borghesia seduta in prima classe inizia a scrutarmi, dall’alto verso il basso, infastidita. Il controllore continua a chiedermi, come il migliore dei truffatori, quei dannati 80 €. La mia rabbia ora è alle stelle. Vorrei cominciare a prenderlo a calci. Sudato, ormai fuori controllo, come una scheggia impazzita, continuo a protestare contro sua maestà “bigliettoinprimaclasse”. Stanco ormai, dei miei inutili reclami, vistosamente stressato e sudato, forse per rabbia e disperazione, mi tolgo di dosso tutti gli abiti. Nudo. Ecco la mia carne nera sbattuta contro quella inutile autorità vestita da nazi-fascista. Al centro del vagone, circondato dalla voce del controllore e dalla calca di viaggiatori curiosi, esprimo con un gesto tutta la mia rabbia ed il mio dissenso. Nel frattempo entra la Polizia ferroviaria che mi preleva, con la forza, portandomi un asciugamano per coprire le nudità del corpo. Decidono di accompagnarmi così fino alla stazione di polizia di Arezzo. Sceso dal treno, strattonato da due agenti, continuo a dimenarmi. Lungo il vagone, intanto, si scatena una eco interminabile. La signora con un bambino sul passeggino dice:<<quel nero non ha pagato il biglietto. Dovrebbero espellerli tutti>>. L’avvocato invece, seduto più in là, aggiunge:<<quell’uomo è pazzo. ha sicuramente problemi mentali>>. Il ragazzino nerd, con arroganza, in romanesco aggiunge:<< anvedi ao. C’avemo pure l’incredibile Hurk su sto treno>>. Il brusio è intenso. Si intersecano, nello spazio longitudinale del treno, commenti carichi di rabbia, odio e anche di curiosità. Un gruppo di donne, nell’indifferenza più totale, divertite dall’accaduto, inizia a scambiarsi battute a sfondo sessuale. A Diversi kilometri di distanza invece, io, un povero uomo, vengo massacrato di botte nella caserma. I colpi del manganello sono violentissimi; dalla testa fuoriescono lacrime di sangue e, intanto morente, cado verso il suolo. I miei occhi castani, colmi di lacrime, mi abbandonano lentamente. Riverso in una pozza orribile e grumosa, ucciso da bastardi in divisa, saluto il mondo facendo scorrere nella mia mente, mediante l’immaginazione, con l’ultimo briciolo di energia, i volti dei miei tre figli e lo sguardo dolce di mia moglie che attendono, disperati, il mio ritorno invano. Nel vagone intanto, come se nulla fosse accaduto, la gente, priva di alcuna umanità, continua, come se fosse dentro un cabaret, a divertirsi e a parlare con accanimento di quel pazzo marocchino.

Mostafa Aboub

 

Pesci siamesi

Non sapevo se quel mare fosse reale o immaginario, vissuto o sognato. Lo osservavo dal finestrino e non riuscivo a distoglierne lo sguardo. Era blu come le cose che non hanno limiti, increspato come il susseguirsi dei pensieri. Non sapevo nulla di quell’estate, la mia unica certezza era che quel mare sarebbe stato l’inizio di tutto. Mohammed sedeva di fronte muto, gli occhi fissi sul mare aperto, la mente naufraga nei pensieri. Era passata un’ora ormai e quel silenzio mi infastidiva. Lanciai uno sguardo distratto allo smartphone per controllare l’ora e ridare così un senso al tempo. Ancora venti minuti balbetto a mezza voce. Mohammed mi guarda. Rido. Ride anche lui. Ha capito che il mio sorriso vuol dire casa. Casa. Mare aperto. Pensieri. Troppi pensieri. Stretti in trame infinite e contorte entrambi lanciavamo le reti sull’oceano dei nostri ricordi, certi che la pesca avrebbe portato a galla narrazioni frammentate d’un passato che è soltanto ieri. Storie come tonni che nuotano profondi, pronti a salire in superficie per respirare. Eccoci. Entrambi sul ponte di prua, due palombari pronti a tuffarsi e scandagliare angoli rimossi d’esistenze. Strizzo l’occhio al tizio che pompa l’ossigeno per dirgli okay tu continua a pompare. Alzo il pollice, fa molto duro da film hollywoodiano, mi faccio coraggio e urlo a Mohammed è tutto a posto! Andiamo! La faccia di Mohammed è perplessa. Il grido proveniente da sotto il casco suonava alle orecchie di entrambi lontano e vuoto. Causa ristrutturazione interna l’azienda è spiacente di comunicarLe che a decorrere da domani è formalmente licenziato. Mohammed, ricordi il mare nero pece nelle notti senza luna. Il buio che oltrepassa la pelle scura, e penetra nelle ossa. Ricordi il gommone sulle onde spingerti lontano. Ricordi di aver pregato.

Giacinto Licursi

Foto e disegno di:

Giacinto Licursi

 

Master of reality

Non ho mai avuto familiarità col gergo informatico. Non mi interessa, mi annoio ed esco in strada dove si parla male ma si parla la lingua dell’uomo. È successo e continua a succedere sulla linea 19 del tram. A dirla tutta, rischiando di perdere credibilità, è successo e continua a succedere tra la 19 e l’abisso oscuro. Prima si sente un boato come se l’asfalto implodesse dal basso, poi silenzio, infine una luce elettrica a ridosso della curva che dà sul viale. E quando anche l’ultimo vagone supera l’angolo un sibilo assordante penetra l’aria meffitica della sera tranciandola di netto. È una linea morta che sbuca di getto dalla pancia di una visione in fase non-Rem. Apocalisse elettromagnetica. L’olio rosso dei freni. È vero: le leggende non sono mai vive.

23.59 Nelle cuffie i Tool martellano i miei neuroni espandendoli in ampiezza. Stiamo svoltando a sinistra per prendere il viale dell’università e fisso il riflesso delle luci di dietro sulle rotaie. Mi piace la strada che rimane immobile mentre il resto si muove. Ecco perché guardo sempre indietro. Tempismo e condanna. Un terremoto improvviso, un suono assordante, flash di luce e un foro d’uscita nello spazio-tempo; una locomotiva fluorescente, lanciata a velocità pazzesca, corre in direzione opposta alla nostra.

Un battito d’ali di corvo. Avverto un terribile bruciore alle tempie e cado a terra esausto. Quando mi sveglio il mondo è un puntino disperso tra le galassie e i miei occhi osservano il resto del corpo sospeso su una coltre di campi magnetici incandescenti. Sembro un pollo su una griglia. Una voce imponente lancia vocaboli nell’aria -ammesso sia aria- che si infiammano come se incontrassero la resistenza di una barriera invisibile. La pelle cambia colore e forma, con la mente sono in grado di creare anelli stellari di svariate dimensioni. È la fine lo so. Materiale amorfo scende giù come un fiume di lava dai lati di una costa inesistente e vengo inghiottito da una beatitudine inconcepibile per una specie così limitata come la mia. Eccomi vagare per i marciapiedi nella penombra dei lampioni, incerto se quella dimensione sia davvero esistita. Tre ragazzi mi chiedono un’informazione: a testa bassa indico col dito l’angolo del viale universitario. Silenzio. Alzo gli occhi e i tre sono senza espressione. Questi sono gli effetti! Lentamente scompaiono. Davanti a me non c’è nessuno.

Mi sono sostituito alla morte? La morte esiste solo quando ci si pensa troppo. Probabilmente andranno tutti a fare un viaggio tra le entità extra-solide. Il mio tram sta arrivando. Non occorre più che guardi indietro. I Tool vibrano nelle mie cuffie e la realtà si assottiglia dolcemente.

Marco Mitidieri

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