Master of reality

Non ho mai avuto familiarità col gergo informatico. Non mi interessa, mi annoio ed esco in strada dove si parla male ma si parla la lingua dell’uomo. È successo e continua a succedere sulla linea 19 del tram. A dirla tutta, rischiando di perdere credibilità, è successo e continua a succedere tra la 19 e l’abisso oscuro. Prima si sente un boato come se l’asfalto implodesse dal basso, poi silenzio, infine una luce elettrica a ridosso della curva che dà sul viale. E quando anche l’ultimo vagone supera l’angolo un sibilo assordante penetra l’aria meffitica della sera tranciandola di netto. È una linea morta che sbuca di getto dalla pancia di una visione in fase non-Rem. Apocalisse elettromagnetica. L’olio rosso dei freni. È vero: le leggende non sono mai vive.

23.59 Nelle cuffie i Tool martellano i miei neuroni espandendoli in ampiezza. Stiamo svoltando a sinistra per prendere il viale dell’università e fisso il riflesso delle luci di dietro sulle rotaie. Mi piace la strada che rimane immobile mentre il resto si muove. Ecco perché guardo sempre indietro. Tempismo e condanna. Un terremoto improvviso, un suono assordante, flash di luce e un foro d’uscita nello spazio-tempo; una locomotiva fluorescente, lanciata a velocità pazzesca, corre in direzione opposta alla nostra.

Un battito d’ali di corvo. Avverto un terribile bruciore alle tempie e cado a terra esausto. Quando mi sveglio il mondo è un puntino disperso tra le galassie e i miei occhi osservano il resto del corpo sospeso su una coltre di campi magnetici incandescenti. Sembro un pollo su una griglia. Una voce imponente lancia vocaboli nell’aria -ammesso sia aria- che si infiammano come se incontrassero la resistenza di una barriera invisibile. La pelle cambia colore e forma, con la mente sono in grado di creare anelli stellari di svariate dimensioni. È la fine lo so. Materiale amorfo scende giù come un fiume di lava dai lati di una costa inesistente e vengo inghiottito da una beatitudine inconcepibile per una specie così limitata come la mia. Eccomi vagare per i marciapiedi nella penombra dei lampioni, incerto se quella dimensione sia davvero esistita. Tre ragazzi mi chiedono un’informazione: a testa bassa indico col dito l’angolo del viale universitario. Silenzio. Alzo gli occhi e i tre sono senza espressione. Questi sono gli effetti! Lentamente scompaiono. Davanti a me non c’è nessuno.

Mi sono sostituito alla morte? La morte esiste solo quando ci si pensa troppo. Probabilmente andranno tutti a fare un viaggio tra le entità extra-solide. Il mio tram sta arrivando. Non occorre più che guardi indietro. I Tool vibrano nelle mie cuffie e la realtà si assottiglia dolcemente.

 

 

Marco Mitidieri

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