Mc Donald’s Corporation

Colto da un intensa sensazione di fame mi avvicino all’ingresso del Mc Donald’s. La porta in vetro, segnata da un’impronta di unto, mi conduce verso il bancone dove uomini e donne, distinti da camicie bianche e pantaloni marroni, si danno da fare – il più velocemente possibile – per servire la clientela. Le persone in fila, influenzate da immagini luminose ed artificiali, aspettano con ansia il cibo pregustando, mentalmente, il loro junk-food. Nella cucina, intanto, gli impiegati, contrassegnati da un berretto con il logo Mc in giallo, svelti conducono le loro mansioni quotidiane: il ragazzo di colore immerge nello stesso olio di 4 ore prima finissime stecche di patate surgelate; poco distante una donna robusta impacchetta, in una seducente cartoncino bianco, blu e rosso, gli hamburger che, pronti per essere consumati, vengono disposti su una piattaforma metallica. Il direttore, nel frattempo, nella parte più lontana della cucina, chiama in disparte un impiegato suggerendogli di svolgere il servizio più celermente. Tutto si svolge come di consueto: le macchine del gelato si svuotano di crema bianca posata su coni dal design impeccabile; la cameriera prende il panino e scherza con la sua collega; la donna alla cassa maneggia banconote e batte il conto:<<8 euro e sessanta. Vuole delle salse?>>. Alle mie spalle, intanto, un gruppo di turiste americane, con dei voluminosi zaini da viaggio, scherzano e ridono. Sulla destra, invece, una famiglia, seduta su un piccolo tavolino nero, nel classico stile minimal – particolarmente apprezzato dalla multinazionale americana – divorano voracemente i loro menù. Disorientato in fila, proprio come me, un bambino in lacrime, reclama il suo happy meal, mentre io, al centro del locale, in attesa di consumare il mio dannato panino, presto attenzione ad ogni minimo particolare. Finalmente arriva il mio turno. Ordino un Big-tasty per colmare il mio senso di fame. Alla cassa ecco l’uomo che poco tempo prima immergeva le patatine nella friggitrice. Freddo e imperturbabile, batte il conto. Provo a scambiare due chiacchiere con lui ma vengo del tutto ignorato. Il povero uomo ha fretta; c’è ancora troppa clientela da servire. Prendo il mio menù e mi muovo alla ricerca di un posto a sedere. Sulla mia destra, sopra un tavolo nero, un uomo divora, circondato da un mare di patatine cascate sul vassoio, il suo hamburger. Al suo fianco una donna, probabilmente la moglie, mangia la sua insalata evitando, così, di accumulare troppe calorie. Trovo finalmente il posto. Mi siedo. Ho fame. Prendo allora, in tutta fretta, il panino e con grossi morsi comincio ad ingurgitarlo. Le salse contenute nel mio gustoso junk-burger si impiastricciano sulle mie guance, con la mano sinistra, invece, anch’essa appiccicosa, prendo una manciata di patatine. A pochi metri di distanza, intanto, un addetto alle pulizie, quasi certamente di origine indiana, in tutta la sua umiltà, pulisce tavoli e getta in un cassonetto dell’immondizia gli scarti di qualche mangiatore compulsivo. In pochi minuti, dopo aver divorato il cibo, con le mani ancora sudicie di salsa barbecue e senape, prendo il cilindro bianco della coca-cola ed inizio a berla. Qualche tavolo più in là alcuni ragazzi, finito il pasto, perduti ormai in universi paralleli, si abbandonano ai luminescenti schermi dei loro I-phone. Altri, invece, terminato il loro pranzo, chiacchierano e ridono tra loro. Nel  frattempo, nel corridoio, una donna in vistose difficoltà – probabilmente di origine Rom – si avvicina ai tavoli alla ricerca di cibo o qualche spiccio. Le persone sedute a pranzo, come ipnotizzate dal proprio Mc-food, non le prestano attenzione. Alcuni non si degnano nemmeno di alzare lo sguardo verso di lei; altri, invece, Infastiditi, lanciano occhiatacce e ingiuriano la povera donna indifesa. La donna, distante da me, delusa dall’egoismo umano, esce sconsolata e sconfitta dal fast-food. Anch’io, nel frattempo, concluso il mio pasto, mi dirigo all’uscita. All’esterno del locale una folata di vento muove qualcosa che si schianta sul mio viso. Repentino raccolgo l’oggetto: una cartolina. Al centro del foglio plastificato la foto di un bambino africano denutrito viene usata per promuovere la ricerca di fondi in favore delle popolazioni africane in difficoltà. Colpito – metaforicamente parlando – da un diretto di un boxeur, vengo scaraventato a terra e ricondotto alla triste e raccapricciante realtà contemporanea. Il manifesto atroce della disuguaglianza sociale che affligge il mondo si materializza negli occhi neri di un bambino denutrito. Il suo sguardo, triste, malinconico e scavato dalla morte,  continua a fissarmi e ad osservare disgustato, all’interno del fast-food, decine di persone ingorde e soddisfatte nei loro vassoi stracolmi di cibo: tutti sorridenti, indifferenti e cinici, con la saliva che gli penzola dalla bocca, continuano a mangiare ferocemente hamburger e patatine. 

 

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